Favi summer 2016: e che qualcuno ce la mandi buona (e magari per la strada)

Dopo alcuni mesi di meritato riposo, ho deciso oggi di re-indossare i panni un pò sgualciti ma sempre colorati de Il Favi di Meleta mentre osservo una vegetazione talmente verdeggiante che si slancia dal torrione di Meleta deragliando veloce verso la Maremma, Maremma che si fa trovare dormiente in attesa dell’hard caldo estivo.

Ed anche in queste ultime settimane, approfondendo la conoscenza di un ottimo rosso di Montepulciano denominato Salcheto (sangiovese, canaiolo e merlot mixati in maniera armoniosa e amabile fin dal primo sorso), Meleta ed il Favi sono stati scossi da innumerevoli vicende di cronaca.

Venerdì scorso a Roma si sono svolti i funerali di Sara Di Pietrantonio, una ragazza di 22 anni orribilmente uccisa da un fidanzato malato e da quel sentimento di paura talmente sviluppato nella nostra società odierna da creare diffidenza cronica e limitato senso di comune civiltà.

Infatti, secondo la ricostruzione degli investigatori almeno due auto avrebbero visto la ragazza, probabilmente già cosparsa di alcol, chiedere aiuto mentre il suo ex stava dando alle fiamme la sua auto. Ma nessuno si è fermato. Il Pm: “Se qualcuno si fosse fermato sarebbe ancora viva” così recita Il Fatto Quotidiano in apertura di un pezzo relativo a questa tristissima vicenda.

Paura, pericoli dietro ogni angolo, diffidenza verso le persone che non conosciamo e soprattutto verso persone di altre etnie e religioni, spesso dipinte come i nostri nemici in casa. Un senso di non comunità che va a braccetto oggi con il proliferare delle comunità virtuali, le piazze social di facebook, twitter & co. e la messaggistica di whatsup rispetto ad una telefonata. Tutto è così rarefatto da sembrare manco vero.

Ed il Favi naturalmente si interroga. Ed il punto interrogativo si fa sempre più ingombrante (ed interrogante).

Sara è stata uccisa a Roma, una città metropolitana che fatica a divenire cosmopolita proprio per la sua natura di italianità che l’ha sempre contraddistinta: un’oasi di tradizioni popolari e di senso di comunità che a mio avviso poche grandi città hanno.

Ma a Roma si è sempre respirata un’aria diversa, ottimamente descritta da un grande cantautore giallorosso come Antonello Venditti:
Dimmi cos’è che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo
Dimmi cos’è che ci fa sentire uniti anche se siamo lontani.
Dimmi cos’è, cos’è che batte forte, forte, forte in fondo al cuore,
che ci toglie il respiro e ci parla d’amore.
Grazie Roma,
che ci fai piangere e abbracciarci ancora.
Grazie Roma, grazie Roma,
che ci fai vivere e sentire ancora una persona nuova…

Era il 1983 quando Venditti ha pubblicato questo omaggio alla città eterna (pezzo inedito eseguito live in occasione del concerto al Circo Massimo per festeggiare il secondo scudetto della Roma), una città eterna che oggi si ritrova male amministrata (male comune per gran parte del nostro paese) ed impaurita dal melting pot che invece di essere risorsa è diventato minaccia.

E’ difficile prestare soccorso o comunque interessarsi ad una persona che chiede aiuto anche se si è in una strada di periferia di una grande città?
E’ difficile pensare anche agli altri e solo in un secondo momento a noi stessi quando capita l’occasione di prestare aiuto a sconosciuti?

Probabilmente oggi è così ed è veramente devastante la ricostruzione della polizia riguardo alla vicenda di questa ragazza.

E così nell’epoca del condividiamo tutto siamo probabilmente disposti a condividere solo le cose più belle mentre quelle che ci spaventano e ci fanno paura vengono chiuse a doppia mandata in un cassetto.

E tutto quello che ci gira intorno oggi ci mette in una posizione di “non prenderle”: il terrorismo dell’Isis che spaventa le città e le manifestazioni sportive che hanno da poco preso il via in Francia (Europei) e che inizieranno in piena estate in Brasile (Olimpiadi), la crisi economica che piega gran parte del nostro mondo continentale (del resto del mondo tanto non ce ne siamo mai interessati più di tanto), gli immigrati del “che cosa ci vengono a fare qua” e “io li rimaderei tutti a casa”, fino ai femminicidi che avvengono un giorno sì e l’altro pure, e così via.

La nostra cronaca oggi parla spesso e volentieri solo di cose negative o per lo meno di notizie che possono creare giornalieri stati di ansie e preoccupazione: poi è normale, ognuno vive la sua quotidianità e la propria dimensione ma se c’è una sovra-dimensione (e c’è sicuramente e fortunatamente), questa sovra-dimensione ha tinte grige e talvolta noir.

Ma il mondo siamo noi e saremo sempre noi fino a quando non arriverà sulla Terra un caldo boia che ci spazzerà via tutti o quando arriveranno delle super navicelle dallo spazio che trasporteranno dei super uomini e che conquisteranno in diretta facebook il nostro pianeta.

Sarà bello condividere l’arrivo dei super-uomini a Meleta e magari con un selfie insieme a loro, ma nel frattempo il Favi se ne sta sulla strada provinciale che porta alla Rocca confidando sempre nella bontà umana dello sconosciuto che è sì sconosciuto ma fonte inesauribile di conoscenza e nuova ricchezza.

Ricchezza reale e non virtuale.

Favi d’inizio giugno, Favi tutto l’anno.

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Totti, le mamme, Trump, Vendola ed il Favi: un curioso melting pot

Senza nome
Arriva il mese più pazzo dell’anno, il Favi si scuote ed a Meleta risuona l’eco di un sogno di inizio primavera.

Infatti, dopo alcuni mesi di torpore invernale passato a degustare sempre nuovi ed inebrianti succhi d’uva (due nomi su tutti, il bianco francese Petit Chablis ed il maremmano Vie Cave di Antinori che affascina il palato grazie anche ad uve malbec di grande profumo ed intensità) il Favi fa un grande yawn e come d’incanto si ributta ad affrontare un tema a lui caro come il calcio romantico ed estetico che si mischia tra reale e virtuale.

E l’assist arriva dalla Roma giallorossa.

Durante la scorsa settimana è andata in scena una lite mediatica tra l’attuale allenatore della Roma Luciano Spalletti e il Capitano della Magica, un certo Signor giocatore di nome Francesco Totti.

Il Capitano si è infatti sentito ai margini della considerazione del nuovo allenatore giallorosso che ha poi effettivamente emarginato il numero 10 prima della gara interna contro il Palermo. In questa settimana è poi tutto fortunatamente rientrato nei canoni della signorilità ed i buoni risultati della Magica di questo periodo hanno aiutato a mitigare il fatto, anzi, il misfatto.

A Meleta veneriamo da sempre il romaticismo: un romanticismo d’animo che si può ben adattare a tutte le nostre sfere di vita, da quelle più intime e personali fino ad arrivare a quelle che determinano e dirigono i nostri comportamenti sociali.

Totti è senza dubbio l’ultima bandiera del calcio italiano, di quel calcio romantico ed un pò mattacchione che fa tornare il Favi bambino: in una Serie A dove le squadre erano senza dubbio paragonabili ai dei ed agli eroi della mitologia greca.

Il biscione nerazzurro, il delfino del Pescara, la zebra juventina e la torre pendente del Pisa, per non parlare del lupo dell’Avellino.

E poi, in un rapido tourbillon di eventi arrivò la sentenza Bosman legata al numero di calciatori stranieri, le giornate di campionato spezzettate per esigenze tv fino ad arrivare ai social network personali di ogni calciatore/allenatore/ex giocatore/ex allenatore/conduttore tv/fidanzata del calciatore/ex conduttore tv/ex fidanzata del calciatore ecc. ecc.

Ecco, Totti (insieme all’altra ultima immensa bandiera del nostro calcio che risponde al nome di Alex Del Piero) rappresenta i ricordi della mia spensierata infanzia calcistica anche se, naturalmente, Francesco è un eroe calcistico moderno.

E’ vero, le società di calcio si stanno (giustamente e finalmente) trasformando in aziende vere e proprie: i bilanci devono essere trasparenti ed in ordine ed i calciatori sono e saranno sempre più visti come dipendenti.

Ed un dipendente, quando raggiunge una certa soglia di età, va in pensione oppure rimane nell’organizzazione come, diciamo, mentore.

La bandiera Totti è una personalità di grande rilevanza all’interno della sua società ed i rapporti, quando gli equilibri cambiano, possono essere devastanti per il bene della società stessa.

La Juventus, miglior esempio di azienda calcistica italiana e di stile, silurò Del Piero in quattro e quattr’otto scatenando la giustificata indignazione e protesta di tutti i fans calcistici. Il tutto per il bene ed il futuro della società: ed il taglio è stato sì netto ma necessario e le vittorie sono continuate ad arrivare (particolare fondamentale nello sport).

A Roma lo scenario è senza dubbio più complicato e la curva sud (alcuni esponenti/gruppi per la precisione) ha preso posizione nello scambio di opinioni tra Spalletti e Totti esponendo uno striscione presso il Colosseo che recita: “Stampa, tv e mondo virtuale…della Roma voi siete il vero male!

Ed è proprio qui che il Favi volge il suo sguardo e la sua attenzione. Ma sia ben chiaro, questa non è una posizione contro il mondo virtuale ma bensì contro il suo uso che troppo spesso diventa abuso.

Nel mondo virtuale, come nel mondo tradizionale, migliaia e migliaia di posizioni si scontrano giornalmente, ora dopo ora, minuto dopo minuto. E questa virtualità è talmente (ed in maniera dirompente) entrata a gamba tesa nelle nostre vite che è necessario saper bene utilizzare le nuove tecnologie e saperle descrivere, con i relativi pro e contro, alle giovani e future generazioni.

Oggi più di sempre costruiamo in rete buona parte della nostra immagine sociale e della nostra reputazione. In rete è possibile fare praticamente tutto ed allo stesso tempo è possibile mettere a repentaglio la nostra libertà, la nostra tranquillità.

E così nell’arena sociale si parla nell’arco di pochi click del caso Totti-Spalletti, di Vendola ed uteri in affitto, di terrorismo&immigrazione, politica&cucina e delle nostre vite, mettendo troppo spesso in vetrina le cose a noi più care, la nostra intimità.

Caso veramente eclatante di utilizzo smodato e poco razionale dei mezzi virtuali sono le centinai di migliaia di foto di minorenni (se non addirittura neonati) che giornalmente vengono postate e pubblicate in rete.

A dir poco da brividi la catena di Sant’Antonio che ha visto protagoniste nei giorni scorsi le mamme d’Italia.

Ecco cosa scrive al riguardo Repubblica.it: “Tre foto per mostrare al mondo la gioia e la bellezza di essere mamma. È l’ultima sfida, lanciata su Facebook da molte donne, che ha riempito newsfeed e bacheche con foto di bambini sorridenti, nella stragrande maggioranza dei casi minori, se non addirittura neonati. Una sfida che si propaga in modo virale: ogni mamma è invitata a nominare a sua volta altre “mamme fantastiche”, chiamate a loro volta a postare le foto dei figli, alimentando una sorta di catena di Sant’Antonio che è diventata, in breve, un vero e proprio caso mediatico. Un fenomeno su cui si è concentrata anche l’attenzione della Polizia Postale, che ha deciso di lanciare un appello dalla sua pagina ufficiale su Facebook con un richiamo ai genitori per far luce sui rischi che una pratica del genere solleva: pedopornografia in primis, ma anche quelli relativi alla svendita della privacy personale, perpetrata ai danni di soggetti ancora inermi e inconsapevoli”. (leggi l’articolo integrale cliccando QUI)

E così tra un Donald Trump sempre più pericolosamente in auge, Totti che non gioca quasi mai e papà Vendola (benvenuto piccolo Vendolino), il Favi alza l’asticella dell’attenzione sul mondo virtuale facendo ergere Meleta a roccaforte di realtà e virtualità: perchè in entrambe le sfere è necessario avere la testa ben attaccata al collo.

Ah, quasi dimenticavo: invece di spippolare in rete andate a fare una bella girata all’aria aperta. Ma senza cellulare…ops, scusate, smartphone.

Meleta di sera bel tempo si spera.

 

Feste, Favi e vissero felici e contenti.

Favi_Natale_2015Aria di Natale nelle campagne di Meleta, una Meleta vestita a festa con piccole ma decoratissime luminarie che accompagnano gli ultimi giorni dell’anno ed al tempo stesso spingono l’arrivo del nuovo come da tradizione calendaristica.

Il Favi ha trascorso le sue feste con la famiglia in atmosfere sempre nuove e ricche di calori e calorie.

Ma la vicenda che desidero trattare in questa fine annua riguarda i giorni che precedono il Natale e che vengono spesso utilizzati per acquistare regali, pensieri e piccoli ricordi da scambiare con le persone più care.

Tengo subito a precisare che non sono un patito dei regali ma mi piace molto, da sempre, pensare alle persone più vicine al Favi e regalare loro un sorriso che spesso si tramuta in un cadeau di poco valore economico ma di grande valore a livello d’impatto umorale.

E proprio in quei giorni il natalizio Favi scollettò Meleta e si diresse verso la Maremma alla ricerca di oggetti per irradiare il sorriso dei suoi cari.

Tante le persone in strada nella media cittadina di Follonica e tutti alla ricerca di regali da mettere sotto l’albero per colorare il casalingo Natale.

Dopo aver percorso le vie dello shopping ed aver acquistato quello che doveva acquistare, il Favi si concesse così una pausa rigenerante in un bar di tendenza per dare il via alla procedura dell’aperitivo.

Tante le persone all’interno ed all’esterno del locale e tutti sorridenti con vini e cocktail alla mano per momenti di relax tra amici, parenti, conoscenti e così via.

Superato senza troppi gradi l’aperitivo time il Favi si reimmette in strada per completare la sua ricerca e d’improvviso cala la sera: i negozi chiudono, i bar dolcemente si svuotano e la strada diventa pian piano deserta (visto che la serata era di quelle infrasettimanali).

Scocca l’ora della cena ed il Favi si ferma a desinare in una pizzeria/paninoteca per un pasto veloce: il locale è molto carino e ben tenuto ed ha una sala con una grande vetrata che da direttamente sul corso della cittadina.

Musica all’interno del locale, sorrisi e luci della sera che accompagnano verso la notte il tram tram giornaliero.

Ad un certo punto, mentre stavo mangiando un discreto hamburger corredato da patatine fritte e birra sempre medio/grande, inizio ad osservare fuori dalla grande vetrata e vedo un signore di una certa età ed il suo cane di una certa età a sedere su una panchina. Davanti a loro una cesta di vimini con una piccola coperta e la scritta “Grazie per il Vostro aiuto”.

Tutto d’un tratto l’atmosfera cambia e non poco.

Questo pensiero, queste parole, non vogliono essere cariche di ipocrisia o di luoghi comuni. Ci tengo a dirlo prima di terminare questo breve racconto di strada.

Ma torniamo, appunto, per la strada.

Finita la cena il Favi si dirige verso la cassa, paga il conto e prende un trancio di pizza ed una bottiglia d’acqua da asporto. Pizza ed acqua sono per quel signore che sta sulla panchina in cerca di aiuto.

Ed è solo questo che voglio puntualizzare e sottolineare.

Nella nostra frenetica era, nelle nostre giornate di rincorsa, nei nostri amletici dubbi esistenziali e nelle nostre certezze, troviamo il tempo, troviamo il modo, troviamo la situazione per dare una mano a chiunque ne abbia bisogno.

E’ più semplice ed immediato di quanto ci si possa immaginare e con piccoli gesti quotidiani possiamo senza dubbio dare una mano a far girare questo mondo per un verso un po’ più umano e vero ed un po’ meno costruito e digitale.

Ed allora il mio pensiero ed i miei auguri per il nuovo anno vanno a tutte quelle persone che vivono a Lampedusa e che ogni giorno aiutano in maniera volontaria i migranti che arrivano stremati sulle nostre coste. Perchè è di questo che si dovrebbe parlare tutti i giorni dando un po’ meno spazio informativo allo smog nelle grandi città che regna sovrano tutto l’anno ma che in questi giorni sembra essere diventato il più grande problema nazionale. Senza nulla togliere al fatto che la qualità della nostra aria è sicuramente un tema di importante rilevanza.

Ma sono proprio loro, gli abitanti di Lampedusa ed i volontari che operano su questa isola l’esempio di tutto quello che avete letto in questo racconto e che rappresentano un mondo che a me piace da impazzire: quello della solidarietà e dell’impegno, di un impegno che si può toccare con mano.

 

Fools will be fools
And wise will be wise
But i will look this world
Straight in the eyes

I pazzi saranno pazzi
e i saggi saranno saggi
ma io guarderò questo mondo
dritto negli occhi

(Ben Harper, Better Way)
Favi di strada, Meleta terra mentale di socialità: tanti auguri per un felice anno nuovo.

Basta poco che ce vo’: parola del Favi.

basta_poco_che_ce_voI primi venti invernali soffiano leggeri sull’altopiano di Meleta facendo cadere, sulla strada provinciale che costeggia la dimora del Favi, foglie dai mille colori autunnali.

Venti di una bruttissima atmosfera soffiano invece su gran parte del nostro mondo e le vicende che hanno scosso e continuano a scuotere Parigi negli ultimi giorni non possono non far riflettere sullo stato di salute del nostro pianeta (ps. un pianeta chiamato Terra che è formato da ben sette continenti: Africa, Sudamerica, Nordamerica, Antartide, Asia, Europa e Oceania secondo il modello a sette continenti). Uno stato di salute che per tanti motivi è minato da un nemico chiamato Isis e da altri nemici interni che a Meleta denominiamo Big Bang della società post moderna. Giusto per dare un appellattivo di poche parole.

Parigi è stata colpita nella maniera più infima e miserabile possibile: singoli pazzi hanno fatto una strage di persone in diversi quartieri della città. Tutto è stato rivendicato dall’Isis e cioè dal nemico della nostra era contemporanea.

Fin da quando il Favi era piccolo, in ogni racconto, in ogni fumetto, in ogni film e cartone c’è sempre stato un eroe ed un nemico. Poi, crescendo, il nemico non è stato più Brunga ma è diventato reale e si è chiamato prima Saddam, poi Bin Laden ed adesso Isis (che se fosse nato in Italia sarebbe forse stato l’acronimo di un pachiderma aziendale pubblico tipo l’Inps o l’Inail ma questa è un’altra storia).

Io, come credo gran parte di voi, non ho nemici e vivo bene lo stesso.

Nella terra di Meleta, dopo tanto pensare ai fatti di Parigi, il Favi ha deciso di analizzare a ruota libera, come è nel suo naturale stile, alcuni argomenti che da giorni girano e scalpitano nella sua testa.

Il meccanismo di tutto è con molta probabilità economico. Il mondo si sta generalmente impoverendo economicamente e le economie che sono state più floride negli ultimi trent’anni (Europa e Stati Uniti) hanno oramai da diversi anni problemi di disoccupazione e nuovi strati di povertà nascono tra la popolazione. In questo scenario si interseca l’immigrazione dagli stati del sud del mondo verso l’Europa con migliaia di persone che ogni giorno tentano di raggiungere una nuova terra promessa che possa in qualche modo migliorare le loro condizioni di vita.
E con molto dispiacere si nota in questi anni che l’integrazione che viene spesso sventolata come l’unica via per un nuovo equilibrio sociale purtroppo non si è mai attuata completamente perchè da sempre la diffidenza ha avuto il sopravvento sui sentimenti di vera creazione di una nuova comunità multirazziale.

E’ da qui che prende linfa vitale l’odio che alimenta lo spirito terroristico di queste bestie, perchè i terroristi a giro per l’umanità non possono che essere definiti bestie (con tutto il rispetto per le bestie animali).

Saint Denis, sobborgo a nord di Parigi, è stato ridefinito Parisistan per il gran numero di persone di religione musulmana che lì vivono, studiano, aprono negozi e si impegnano per migliorare le proprie condizioni di vita anche se questa cittadina alle porte della metropoli francese assomiglia sempre più ad una favelas brasiliana che ad una periferia europea di quelle che noi siamo abituati a conoscere. Naturalmente, come in ogni società ed in maniera indipendente dalla religione, frange di persone integraliste vivono e convivono con la maggior parte, sana, della popolazione.

Queste bestie combattono una specie di guerra santa contro l’Occidente ed i suoi valori. I valori appunto.

E qui entriamo noi in scena. Con la nostra società, la nostra cultura, il nostro senso di civiltà.

Di fronte a fatti tragici come quelli successi a Parigi è facile fare considerazioni a nostra volta integraliste e razziste. Ed allo stesso tempo è facile cavalcare gli eventi da un punto di vista politico e di tornaconto personale (penso qui ai nostri uomini e donne di politica che si trovano a fronteggiare un’epoca di grandi cambiamenti senza purtroppo averne piena coscenza).

A volte, dalle finestre di Meleta, osservo quanto di bello la natura ha donato al nostro mondo e mi chiedo se ci meritiamo tutto questo perchè al Favi questa società lobotomizzata sull’apparire, dove la forma vince sulla sostanza, dove l’immagine sbaraglia la concretezza, fa veramente paura.

Non c’è bandiera da sventolare, non c’è pensiero personale da sputare nell’arena dei social network, non c’è voce da alzare.

C’è solamente da mettere in pratica quei valori che i nostri nonni ci hanno insegnato: l’Italia usciva a brandelli dalla seconda guerra mondiale ed una generazione intera ha sudato e faticato per ricostruire un paese. Affrontando i problemi e confrontandosi anche aspramente ma remando tutti dalla stessa parte.
Oggi siamo dalla parte opposta, siamo alla divisione mentale su ogni situazione come se fosse una partita di calcio. Siamo all’eccesso dell’individualismo d’immagine (magari fosse di pensiero) che crea debolezza nella nostra intera società per la continua ricerca di consenso sociale e questo ci rende vulnerabili ed impauriti di fronte ad un manipolo di pazzi che cavalca le nostre insicurezze. In maniera vile e bastarda ma con piena consapevolezza.

Il Favi non si stancherà mai di dire che è necessario tornare ad avere fiducia nel vicino di casa, aiutare chi ha bisogno senza aver paura di essere “inculati” (permettetemi il termine oxfordiano), ospitare senza pregiudizi persone di etnia e religione differente dalla nostra. Ma occorre farlo con il cuore, non solo a parole.

Ognuno di noi, nel suo quotidiano può dare una grande mano alla nostra umanità, in questo tempo così complicato.

Prendiamo esempio dalle persone più anziane, dai loro occhi e dalle loro storie. E’ il momento di agire, di spengere pc e smartphone e di essere meno social e più sociali. Per davvero.

Basta poco, che ce vo’.

E nella terra di Meleta la serata si fece più tiepida e ricca di speranza.

L’incoerente giungla del mondo mobile lascia il Favi di stucco. @tratto da una storia vera.

tariffe_cellulariE’ tutto vero. E lo devo anche ammettere. Il Favi ritorna dopo qualche mese di assenza e dopo aver abusato dell’estate, dei suoi colori e delle sue intense emozioni di libertà e spensieratezza.
Adesso è però arrivato il momento di nuovi appuntamenti: nuove sfide e nuove storie attendono di essere raccontate dalla Terra di Meleta che volge verso una Maremma oramai autunnale e carica di funghi e castagne.

Ma bando alle ciance, entriamo a gamba tesa a sviscerare un argomento che mi ha toccato da vicino, direi quasi tamponato, durante la scorsa settimana o giù di lì.

Durante un pellegrinaggio nella zona artigianale commerciale di Siena denominata Via Massetana Romana, mi imbatto in un grande negozio di apparecchiature elettroniche e decido di entrare per fare una cosa molto semplice: cambiare la tariffa telefonica del mio cellulare. Per anni sono stato legato alle vecchie tariffe TIM gialla, arancione, rossa e verde (rimembranze di fine millennio) e non sono mai stato tentato di approfondire il mondo delle offerte mobile anche perchè, utilizzando spesso un cellulare aziendale, non avevo troppe necessità di tendere l’orecchio verso questo tipo di offerte.

Premesso che non voglio fare alcun tipo pubblicità nè in senso negativo nè in positivo, dovete sapere che il Favi di Meleta è cliente Tim da circa quindici anni e cioè dal suo primo cellulare che fu, lo Startac della Motorola.

Devo dire che qualche mese fa avevo iniziato ad interessarmi alle opportunità di risparmio mobile e così ho chiamato il call center del mio operatore per conoscere le offerte a me riservate. Vista la grande fedeltà dimostrata nell’arco di questo quindicennio, già mi immaginavo una super offerta nei confronti del Favi cliente con centinaia di variegate possibilità di scelta e combinazione in attesa di un mio cenno di intesa con l’operatore/operatrice del call center.

Ed invece niente. Ma proprio niente di niente.

In poche parole mi viene detto con algido tono che sul mio numero non è attiva nessuna promozione e se lo desidero posso approfittare di alcune offerte standard che mi peleranno dai 15 ai 20 €uro mensilmente.

Ma come è possibile??? Basta dare uno sguardo sul web o parlare con gli amici che escono fuori tariffe super vantaggiose e super economiche a disposizione di chiunque. Tutti spendono pochissimo per la gestione del proprio cellulare ed io invece non ho alcuna possibilità di accesso a tale cuccagna.

E qui salta fuori la vera sorpresa.

Sono sempre stato convinto, e tutti i miei studi mi hanno ancora più convinto di questo, che un cliente fedele va in qualche modo premiato, ammaliato con nuove offerte, ringraziato per la fiducia nei confronti di un determinato brand/azienda. Mi sembra una filosofia talmente scontata e banale (ma sempre molto complicata da mettere in atto per avere dei buoni risultati di customer care) che si sposa con naturalezza anche con la Favi philosophy. E non solo: ogni azienda, ogni negozio, ogni singola persona che riceve la fiducia di un altro essere umano deve in qualche modo meritarsi questa fiducia giorno dopo giorno. Un pò come in un rapporto di coppia, con le dovute proporzioni.

Ma rientriamo, questa volta con una scivolata degna di Pasquale Bruno ai bei tempi del Toro, nel megashop. Supero la cassa e mi dirigo verso il reparto cellulari deciso a cambiare la mia tariffa telefonica: voglio fortemente un’offerta che mi soddisfi. Me la merito, non posso credere alle parole del call center.
L’addetto che mi segue in questa trattativa è molto chiaro fin dalle prime parole: “Per lei, caro Favi, non c’è nessuna offerta particolare. Le uniche offerte che ci sono sono queste qua”. E mi presenta il depliant delle offerte che rientrano nel range di spesa di cui sopra: le stesse che mi aveva paventato il call center.
“Però possiamo fare così. Lei cambia operatore telefonico e dopo qualche giorno verrà contattato da Tim che sicuramente, per riaverLa come cliente, Le farà un’offerta vantaggiosissima e personalizzata”.

Sti cazzi.

In queste due sole righe di parole si capovolge una delle mie certezze economico-sociale. Non che non ne avessi mai sentito parlare di questo modus operandi all’interno della giungla delle tariffe mobile (e non solo, vedi anche il funzionamento commerciale del settore tv a pagamento) ma certo è che il cliente Favi viene abbandonato a se stesso fino a che non decide di cambiare azienda e solo a quel punto diventa interessante per la vecchia azienda di cui era fedelmente cliente. Incredibile. Disdicevole. Ma vero.

Non pretendo di essere uno specialista del mercato mobile nè tantomeno un super marketing manager ma proprio questa cura e gestione del cliente non la capisco.

Ma sono sportivo, non mi disunisco e vado avanti. Dovrò presto abbandonare Tim e cambiare operatore per poi ritornare Tim (con buona probabilità): per il momento accetto questa possibilità ma in modalità Favi e cioè stappando un ottimo Montecucco Colle Massari (un rosso che non ti aspetti, davvero da consigliare), girando la rotella del mio telefono fisso Sip e facendo il prefisso di Meleta.

Favi mobile a modo suo.

Il social integralismo del Favi che ti decaloga sul da farsi

google-plus-social-network-del-futuroEra un venerdì estivo tra i più caldi che Meleta ricordi ed il Favi spaccava ghiaccio ripetutamente per saziare la sua voglia pomeridiana di Mojito.
D’improvviso, nella strada statale di Meleta che costeggia l’abitato del Favi, una macchina si ferma.
Si aprono le portiere ed una coppia di viaggiatori probabilmente lussemburghesi esce dalla vettura salutandomi con la mano e stringendo quindi subito un buon rapporto di cordialità.
Dopo alcuni momenti i due tirano fuori dall’auto una macchina fotografica e scattano delle istantanee del paesaggio che domina Meleta e che dolcemente si stende verso la Maremma.
Ricordi da portare a casa, fotografie che un giorno saranno un vivissimo ricordo della loro vacanza in questa parte di Toscana.

Non sono mai stato un’integralista. Non lo sono neppure adesso. E mai lo sarò.

Ma posso senza dubbio dichiarare apertamente che il Favi detesta la moda dei selfie, delle foto intime pubblicate sui social network e del loro smodato utilizzo.

E’ chiaro che anche io sono stato spesso immortalato in social foto ed ho anche pubblicato foto di vacanze, momenti goliardici e particolari situazioni di vita vissuta. Per condividere l’ironia e la sana presa per il culo.

Ma è da un po’ di tempo che desideravo esprimere la mia idea sull’utilizzo dei social network e spesso affronto queste tematiche nella terra di Meleta, magari sorseggiando un Monteregio o spingendomi in particolari occasioni verso un Primitivo di Manduria.

Vedo un utilizzo smodato dei vari Facebook, Twitter & co. e sinceramente la cosa mi preoccupa quando sfogliandoli mi imbatto di continuo in momenti di vita privata messi con leggerezza nel catino sociale di pubblico dominio.

Ripeto, non sono e non sarò mai un’integralista: mi confronto quotidianamente con il mondo che mi circonda e dico senza peli sulla lingua che il Favi apprezza il mondo social. Ma nei limiti della buona condotta.

Ed è per questo che, all’indomani del mese estivo e festaiolo per eccellenza, il Favi si lancia in un decalogo sui buoni usi dei social network.

1 – Non è sempre necessario far sapere tramite i social dove si è, dove si va o da dove si viene.
2 – Non è necessario pensare che scrivendo uno stato oppure un tweet venga fuori la tua personalità. Siamo animali complessi fortunatamente.
3 – E’ sì bello condividere nuovi luoghi visitati con gli amici ma tenetevi pure qualcosa di intimo per voi.
4 – Se la notte non dormite per l’afa o per gli eccessi, guardatevi un bel film invece di consultare i social.
5 – Se andate al mare con la famiglia o se er pupetto/a gioca con la sabbia non infilatelo sui social a sua insaputa. Avrà tutto il tempo per decidere come muoversi da grandicello.
6 – Non mi invitate più a giocare a Crush Saga o a Farmville perché manco so cosa sono. Al limite si può fare una play da Fleo.
7 – Condividete l’amore, l’ironia, l’entusiasmo e tutto quello che volete con la giusta misura che ognuno, se cerca bene, ha dentro di sé.
8 – Condividete gli eventi, le feste, le sagre, gli interessi, le vostre iniziative: e tutto quello che rende i social un’importante veicolo di informazione.
9 – Credete sempre fermamente che queste piazze virtuali non aiutano a vivere meglio.
10 – Ricordate sempre che tutto quello che pubblicate on line rimarrà lì per sempre.

Buona vita e buona estate dal Favi, Meleta integrale facilmente digeribile per tutti.

L’insostenibile leggerezza del Favi che guarda con ammirazione Le Cornate

Foto EnzoTiberi

Gerfalco (GR). Foto EnzoTiberi

Sboccia l’estate nell’altopiano di Meleta e, nonostante le pomeridiane piogge equatoriali di questi giorni, il Favi si gode con sempre rinnovata e fanciullesca meraviglia la stagione più calda e spensierata dell’anno dando il via alla rassegna dei sempre benvenuti mojiti estivi.
Ed il cielo azzurro accompagna i viandanti che attraversano questa terra aiuta a scoprire una Toscana ancora intatta e talmente vera e selvaggia da far rimanere a bocca aperta anche il più esigente dei turisti fai da te.

Nelle vicinanze di Meleta c’è un borgo altrettanto affascinante che si chiama Gerfalco, paese incastonato nel complesso collinare/montuoso de Le Cornate e facente parte del Comune di Montieri, anteposto tra le province di Siena e Grosseto.

Ed è qui che il Favi, ciclista enogastronomico, qualche tempo fa ha fatto tappa in una delle sue escursioni a due ruote.

Appena scollettata la salita che porta al paese, sulla sinistra vedo un piccolo parco pubblico e tre o quattro ragazzi di colore che disquisiscono seduti sulle panche presenti nel parchetto. Faccio ancora un centinaio di metri, supero il ristorante principale del paese ed inizio ad incrociare diverse persone di colore che mi salutano mentre continuo la mia pedalata. A dir la verità un po’ sbigottito dalla variopinta popolazione di questo borgo sperduto tra le colline mi fermo nel centro del villaggio e scorgo più in basso un campo da calcetto dove altri ragazzi di colore stanno giocando a calcio.

Riporto da ilgiunco.net il pezzo (datato aprile 2015) scritto da Barbara Farnetani riguardo a quanto sopra vi ho descritto.

“Otto persone, per lo più giovani, tra chi si occupa della gestione della struttura o della formazione, chi della cucina e chi ancora delle pulizie. A Gerfalco l’accoglienza ai migranti è diventata un’occasione non solo di integrazione, ma anche di lavoro per la gente del comune.

Lo conferma il sindaco, Nicola Verruzzi, che con Luciano Fedeli, responsabile per la nostra zona dell’associazione “Partecipazione e Sviluppo Onlus” ha fatto un bilancio della situazione ad un anno dall’inizio dell’attività.

«Sono già un paio di anni che l’ex colonia di Gerfalco è stata individuata come sede per l’accoglienza ai migranti – afferma il sindaco – per questo già la precedente amministrazione aveva avviato un dialogo con la Prefettura per porre alcune richieste specifiche e stipulare una convenzione». Una delle prime richieste è stata quella di coinvolgere il territorio. Nella convenzione si obbliga l’associazione che gestisce la struttura ad assumere gente proveniente dal comune di Montieri. La seconda è che gli approvvigionamenti, per quanto possibile, avvenissero da esercizi del territorio. Il Comune aveva poi chiesto l’apertura di uno sportello informativo per immigrati in ausilio alle attività comunali, visto che il 20% della popolazione residente è straniera, e di avviare un percorso, per gli ospiti stranieri, non solo di assistenza, ma anche di formazione, mappando le abilità e le inclinazioni di ciascuno e pensando a tirocini ad hoc finanziati dalla regione».

«Non abbiamo avuto mai problematiche di ordine pubblico – precisa Verruzzi – nonostante si parli di 25 richiedenti asilo in un paese, Gerfalco, di 120 persone. Il principio da cui siamo partiti era che, in caso di necessità, la Prefettura può scegliere di mandarti i migranti anche se il Comune si oppone. Quindi dire no, avrebbe avuto una pura valenza politica, ma di fatto i richiedenti asilo sarebbero stati comunque inviati. Per questo abbiamo preferito dare la nostra disponibilità ma dando noi le regole e chiedendo che ci fossero ricadute positive sul territorio. Inoltre abbiamo chiesto la massima trasparenza nelle spese e in come saranno spesi i soldi».

La struttura, una ex colonia di proprietà dell’istituto Sant’Anna, è gestita dall’associazione “Partecipazione e Sviluppo Onlus”, che opera in tutta la Toscana. Parla di bilancio positivo anche Luciano Fedeli, responsabile dell’associazione che in Maremma gestisce un’analoga struttura a Ribolla, nel comune di Roccastrada, e una alla Castellaccia, nel comune di Gavorrano. «Questo – prosegue Fedeli – è un progetto che va oltre la pura assistenza. Quello che vogliamo è che ne escano cittadini proiettati verso l’esterno. Cittadini non solo italiani ma europei. Per questo si punta su formazione e conoscenza territorio». Anche per loro la permanenza nella struttura sarà occasione di lavoro visto che due di loro saranno assunti con il ruolo di mediatore culturale per aiutare l’associazione all’arrivo dei nuovi profughi.

«Abbiamo interesse nel promuovere l’occupazione a livello locale – afferma Fedeli – abbiamo fatto otto assunzioni grazie all’accoglienza, e vogliamo valorizzare l’idea di trasparenza per sfatare i luoghi comuni sul giro d’affari che c’è in questo settore. Per questo pubblicheremo i dati e le spese sul nostro sito».

«Problemi non ce ne sono. Le uniche tensioni vengono dall’incertezza della situazione e dei tempi: anche un anno per sapere se la domanda di asilo è stata accolta. Ecco, se proprio devo individuare il momento più critico – precisa Luciano Fedeli – è il momento del pasto. Le tradizioni culinarie sono diverse (abbiamo gente del Gambia, del Senegal, della Costa D’Avorio, della Guinea, ma anche alcuni cristiani), si tratta di persone moderate, non abbiamo mai avuto problemi legati alla religione, ma sul cibo si. Ma con un bel piatto di spaghetti al pomodoro in genere si mettono tutti d’accordo»” (fonte ilgiunco.net)

E così un piccolissimo borgo toscano apre le proprie porte a persone molto meno fortunate di noi: dettando delle regole ma allo stesso tempo accogliendo persone bisognose innanzitutto di cibo e di un alloggio che seppur provvisiorio, può dare una qualche speranza per il futuro.

Sviluppando un progetto che crea ricchezza culturale, crea opportunità, crea socialità, crea vita.

E questo è un passo importantissimo verso un’integrazione che oggi dovrebbe essere ai primissimi posti nell’agenda dei nostri uomini politicanti: ed invece sentiamo parlare ancora di stati che chiudono le frontiere o che bloccano l’accesso ai migranti.
Tutto questo inserito poi all’interno del sentimento europeo che per anni ci è stato proposto come l’ottimo per il futuro delle singole nazioni e dei relativi abitanti: ma di fronte ad una situazione drammatica come il flusso migratorio di centinaia di migliaia di persone che dal sud del mondo arrivano in Europa, il grande sentimento del sentirsi europei viene clamorosamente a mancare ed ogni stato fa ciò che vuole riguardo ad una situazione che sta letteralmente scappando di mano a chi deve decidere e confrontarsi al riguardo.

E’ vero, noi siamo un paese ricco di contraddizioni ma il Favi è fiero di essere italiano: perchè la nostra ospitalità è unica nel mondo, perché la nostra ospitalità sono i due giovani di Ventimiglia che hanno portato nella notte coperte ai migranti stoppati alla frontiera dalla gendarmeria francese.

E perché l’Italia non è il tipo che attacca pubblicamente in tv, sui giornali o sui social la povera gente che arriva nelle nostre coste per giocarsi una speranza di una vita più dignitosa per sé e la sua famiglia cercando solamente di alimentare paure e disintegrazione del civile vivere.

L’Italia non è chi diffida dello straniero, del diverso per razza, pelle o religione ancora prima di conoscere la persona che sta dietro ad una razza, una pelle o una religione.

Ma questo dipende da ognuno di noi: ognuno di noi dovrebbe sviluppare un sentimento di integrazione, integrazione che è fonte di arricchimento continuo e che passa dal conoscere persone, usi, costumi ed usanze che provengono da paesi e mondi diversi dal nostro.

Meleta libera da ogni turbamento, Favi all over the world.