Il risveglio del Favi e la stella di Al-Owairan.

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Arriva la primavera nelle terre del Favi….mmm, no.
Sboccia la primavera nel countryside di Meleta….mmm, no.

Il Favi si risveglia (ora sì) dal torpore invernale, stappa un Albola datato 2013 (uno dei migliori Chianti Classici per reperibilità, prezzo e piacevolezza del palato) e mentre ascolta Magpies on fire dei Red Hot (Chili Peppers) sente che è arrivato il momento di andare a letto.

Ma non stanotte. Di un blu primaverile si tinge la terra di Meleta: il primo fresco dell’anno arriva fino alla sera e le notti si fanno più miti e ricche di passeggiate notturne.
Il fido Ercole passeggia a qualche metro da me e tutto sembra scorrere tranquillamente all’interno della zona vecchia (ztl) del borgo antico.

Quand’ecco che ad un tratto il Favi volge lo sguardo a nord ed una stella si illumina.

Un bagliore mi acceca e dopo qualche secondo svanisce nella notte.

Dè, una bella botta direbbe il fido amico che apre tutte le vocali a manetta mentre sorseggia un drink in un locale del quartiere Venezia a Livorno, ma non in questo caso.

Il Favi e tutta Meleta vengono irradiati dalla stella di Al-Owairan.

E voi, cari lettori, direte: “Ma che diavolo è sto’ Owairan???”

“Ci sono anche giocatori che oltre ad essere poco conosciuti, trovano il loro momento storico andando a segnare un gol particolare o molto importante per la propria nazione.

Tutto ciò accadde all’Arabia Saudita durante il mondiale americano del 1994 e più precisamente a quello che è definito, ad oggi, il miglior attaccante dei Figli del Deserto. Stiamo parlando di Saeed Al-Owairan, attaccante classe 1967 autentica bandiera dell’Al Shabab Riyadh con cui ha giocato dal 1988 al 2001.
Al-Owairan diventa famoso per un gol assolutamente incredibile segnato al Belgio al 5° minuto dell’ultima partita del girone. Gol che è valso, alla nazionale saudita, il secondo posto nel girone e la storica qualificazione agli ottavi di finale.

A molti potrebbe ricordare il gol di George Weah al Verona, segnato però 2 anni più tardi. Una clamorosa sgroppata che termina con un potente tiro che si insacca alle spalle di Preud’homme” (non uno a caso aggiungo io).
fonte: (http://allafacciadelcalcio.blogspot.it)

E così il Maradona del Golfo (quello Persico, tanto per capirsi e tanto interessante per le nazioni del cosiddetto Primo Mondo) suscita talmente tanta ammirazione e la simpatia che scaturisce dal Davide contro Golia da far sembrare il mondo del calcio un possibile, vero strumento di universalità.

Un mondo che invece oggi, a distanza di ventitré anni dal goal di Al-Owairan al Belgio, si ritrova destabilizzato da una feroce crisi morale che poi sfocia in tante altre tipologie di crisi e crisette.

E’ questa la stagione dello scatenato e scriteriato Donald Trump che tra bene e picchi di male fa traballare lo stanco equilibrio mondiale; della resa del primo ministro italiano Renzi che ha lasciato l’Italia praticamente senza quel poco di guida che gli rimaneva; dell’indecente non gestione e non interesse da parte dell’Europa delle migliaia di disperati che arrivano ogni giorno nelle coste del sud Italia; del nuovo stadio della Roma che riempie le agende delle priorità italiane e dei vili attacchi di bestie automunite.

E nella terra di Meleta, oltre che nella testa del Favi, le digressioni sul mondo si rincorrono tipo guardie e ladri.

Così, mentre la puntina del giradischi fa le bizze e la notte meletiana rassicura ancora un po’ di più, il Favi non prende sonno all’idea di un popolo sempre più digitale, sempre più partecipe e condiviso che però non si incazza mai.

O per lo meno troppo poco.

Giri per strada, ti fermi a guardare chi ti passa accanto e noti sempre quello strumento (denominato in antichità cellulare ed evolutosi in smartphone) in bella evidenza ma soprattutto in continuo utilizzo.

Perché c’è da pensare ai like di facebook o ai continui rumori di whattsup mentre magari fotografo una piazza o una pizza, un cane o un gatto, un bianco o un nero tanto oramai niente differisce da niente.

Neppure un colore.

E se non guardiamo alle sfumature, alla ricchezza che crea la differenza, alla passione che deve guidare il nostro essere ed aiutare la ragione, ci ritroveremo ben presto ad essere sempre più connessi al mondo ma allo stesso tempo sempre più isolati dal mondo.

Ed allora ben venga la Repubblica di Tonni ma il nostro vicino di casa sarà straniero, il nostro quartiere sarà un bel po’ straniero, la nostra città sarà straniera tantissimo.

Straniero, cioè a noi sconosciuto.

Perché magari stiamo con la testa bassa perché sta cazzo di tastiera è troppo piccola ed al tempo stesso ci perdiamo le sfumature del mondo.

Quelle che sono per strada, quelle che ci fanno amare, quelle che ci aiutano ad essere migliori.

Meleta on the streets, where the streets have no name.

 

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I funghi, I cardi e la sottile linea rossa tra informazione e stragossip

Arriva l’autunno estivo nella contea di Meleta ed il Favi si divide tra la pulizia dei funghi (pupole, cucchi e Re porcino), faccende di casa e tortuose vicende di lavoro.

Dalla veranda della sua abitazione, assaporando un piacevole pinot nero della terra di Sicilia dell’azienda Cusumano (ottimo per accompagnare carni giovani con le sue intense note fruttate), il buon Favi si è regalato domenica scorsa una mattinata e tarda mattinata di relax ed alle ore 15, puntuale come un abbaio del cane Ercole quando passa l’ape del giardiniere Carlo sotto l’abitazione, la radio nazionale 102.5 ha iniziato a fare collegamenti con gli stadi di tutta Italia per seguire l’ottava giornata del campionato di Serie A.

Inviato dal Meazza di Milano, il giornalista Paolo Pacchioni, voce sportiva di RTL e professionista di indubbie qualità.  La partita in questione è il match tra l’Inter di Frank De Boer ed il Cagliari guidato da Massimo Rastelli. Fischio di inizio e si parte.

Ma non si parla della gara.

Il giornalista della radio nazionale (con oltre sei milioni e mezzo di ascoltatori giornalieri, così recita più o meno il loro slogan) non segue le vicende del campo a parte schieramenti tattici e formazione, bensì rivolge l’attenzione praticamente per tutto l’arco del collegamento alla lite tra la curva dell’Inter ed il capitano della Beneamata, l’argentino ventitreenne (particolare di grande importanza in questo racconto surrealistico) Mauro Icardi.

Occorre quindi fare un passo indietro sennò non ci si capisce nulla.

Nei giorni scorsi il giocatore dell’Inter ha presentato la sua autobiografia ed ha anche parlato di un episodio che lo vide, al termine della gara Sassuolo vs Inter dello scorso anno, togliersi la maglia e gettarla ai tifosi in malo modo. Cosa che i tifosi dell’Inter non gradirono mica tanto, soprattutto la frangia più calda del tifo neroazzurro.

Interessante che un ventitreenne pubblichi un’autobiografia nel senso che una persona a quell’età dovrebbe viverla la vita e non raccontarla visto che di strada ce n’è ancora tanta da fare ed altrettanto interessante che un bravo giornalista come Pacchioni parli con grande enfasi di tutta questa piccola ed a mio modo di vedere, insignificante situazione che sportiva non è ma rende solo onore al gossip alimentando un’informazione di bassa lega.

Questo porta il Favi ad una doppia considerazione: troppo calcio fa male e siccome di calcio vero ce n’è sempre meno nel nostro Belpaese, allora benzina sul fuoco a tutte quelle caratteristiche accessorie che sono tanto futili ma che tanto interessano la nostra popolazione.

Seguo praticamente da quando sono nato il calcio italiano ed ho avuto la fortuna di vedere all’opera giocatori del calibro di Van Basten, Ronaldo e Baggio tanto per citarne alcuni.

E scusate se è poco.

Ed oggi mi trovo a leggere sui giornali di carta e su quelli on line della lite tra Icardi ed i tifosi dell’Inter, delle diatribe tra Totti e la sua collocazione spazio/temporale nella Roma, di una Nazionale italiana che, del tutto rinnovata, se perde e gioca bene viene criticata e se vince e gioca male va criticata lo stesso.

Ma che gioco è diventato il calcio???
Ma che business è diventato il calcio???
Perché c’è sempre la tendenza ad alimentare il gossip sportivo invece delle prodezze che vengono create nel rettangolo di gioco???

Non ho risposta a tutti questi interrogativi ma dalla rocca di Meleta il Favi non si scompone ed accende il videoregistratore: questa sera va in onda la videocassetta del campionato di Serie A stagione 94/95 con tanto di Pippero a cura della Gialappa’s Band.

Non chiamatelo amarcord ma, utilizzando un hashtag di grande moda, #solocosebelle.

Buon campionato a tutti dal prode Favi.

 

Socialità estrema e mai doma: webEbeti e TheMenti 2.0 toccando Meleta, Rimini e la Campania.

L’estate sta finendo e un anno se ne va cantavano i Righeira nel 1985 ed è proprio questa l’atmosfera che in questi giorni si vive non tanto da un punto di vista climatico (perchè è sempre un caldo che si bolle) ma sicuramente da un punto di vista di cultura e sensibilità sociale.

E così il Favi, dalla sempre verde terra di Meleta, gestisce con un pò di apprensione le sue ultime giornate di questa seconda decade di settembre, vuoi per il pre-rintontimento autunnale, vuoi per alcune delle ultime agghiaccianti notizie che provengono dalla nostra penisola.

Guardando dalla finestra del mio soggiorno verso lo spigoloso lembo di terra su cui è arroccato il paese di Roccatederighi (scusate il roccioso gioco di parole) e sorseggiando un vino prodotto nella zona che risponde al nome di Alicante (della casa vinicola Ampeleia: un vino che fa letteralmente innamorare, decisamente delizioso ed a mio giudizio imperdibile), la mia attenzione si incanala verso la parte più vecchia del paese che è adagiata su uno sperone di roccia a picco sulla vallata maremmana sottostante.

La parte più estrema di questo borgo di origine medioevale (reso particolarissimo dalla struttura e composizione delle abitazioni ricavate da rocce di trachite) cioè la cima, presenta i caratteristici massi di riolite che sovrastano il paese: sembra quasi di essere arrivati alla fine di un mondo.

Ed è proprio questo il pensiero che mi fa collegare Meleta alla Rocca, passando per Rimini fino ad arrivare alla periferia di Napoli e precisamente a Mugnano.

E sinceramente uno stato di profondo smarrimento tocca il Favi.

Ieri si è tolta la vita una ragazza di 31 anni che non riusciva più a sopportare la gogna mediatica all’interno della quale è stata travolta per la diffusione di un video nel quale lei ed un ragazzo facevano sesso.

Tra le tante cose lette al riguardo sembra che il ragazzo abbia girato il video d’accordo con la ragazza che voleva far masticare amaro un suo ex o giù di lì. Ma il video è stato poi condiviso ed ha iniziato a girare liberamente in rete, sul web: insomma, ovunque.

E così l’utilizzo estremo della rete, che ci fa sentire tutti più al passo con i tempi e quella parola CONDIVISIONE che ne è logica conseguenza, da essere un concetto meraviglioso sta diventando sempre più un mezzo di deriva sociale generando, in questo caso, addirittura un suicidio.

Perchè questa ragazza si è suicidata non riuscendo più a sostenere la morbosa ed indecente attenzione data a queste immagini dal popolo della rete.

E tutti siamo colpevoli di questo.

Nelle stesse ore a qualche centinaio di chilometri di distanza si consumava una serata brava nella riviera romagnola. Amiche che vanno a ballare in discoteca, una di queste si ubriaca talmente tanto da non sapere manco dove si trova e l’animale di turno approfitta di lei all’interno di un bagno della discoteca. Le amiche della vittima si prodigano non per darle una mano a liberarsi da questo scarto di uomo ma per riprendere la scena e condividere le immagini su uozzap (mi sembra si chiami così quello strumento, scusate, quella app, che brucia più neuroni di un LSD).

E tutti siamo colpevoli di questo.

Siamo colpevoli perchè la rete è lo strumento ma siamo poi noi, ognuno di noi a decidere quali contenuti mettere lì dentro.

Qualsiasi foto, video, commento personale riguardante i più disparati campi di interesse una volta inserito on line e condiviso, diventa di pubblico dominio e la vita privata viene automaticamente vìolata.

E così la vita privata diventa pubblica con un click e conseguentemente la vita pubblica perde il senso stesso della sua essenza perchè tutto diventa (o rischia di diventare) pubblico.
Al tempo stesso la bramosia di essere sempre YEAH, di essere promotori di contenuti di successo per avere consenso pubblico spinge sempre più persone a vendere l’anima al diavolo del poveretto o della poveretta di turno che in qualche modo subiscono una pericolosissima vìolazione della propria vita privata per mani altrui.

E’ questo uno dei paradossi più assurdi della nostra vita moderna: il voler essere al centro del mondo utilizzando 140 caratteri per esprimere concetti addirittura di rilevanza politica per il nostro paese (vedi i tweet del nostro capo del governo) e lanciare slogan su slogan che mangiano altri slogan o che smentiscono lo slogan precedente. Oppure intasare facebook di foto di ogni tipo per far vedere di essere sempre presente ad ogni cosa, in ogni dove, in ogni mare ed in ogni lago. E così via, sulla via dello YEAH.

Ho quasi smesso di utilizzare facebook. E non mi è venuta l’orticaria.
Non ho traffico internet sul cellulare mobile di decima generazione. E non mi suona continuamente.
Leggo il più possibile. Grazie soprattutto alla rete.
Dico e scrivo quello che penso ed ho piacere quando vengo letto. Grazie alla rete.
Rimango in contatto con le migliaia di persone che ho conosciuto, incontrato per caso, parlato una sola volta di persona nella vita. Grazie alla rete.

Ho una vita privata che non metterò mai a repentaglio e che difenderò come se mi trovassi in un campo di battaglia accanto a William Wallace.

Meleta terra 2.0, Favi di guardia nella torre di avvistamento digitale.

 

Favix: quando Meleta rischiò l’isolamento

Meleta festeggia l’arrivo dell’asfissiante caldo estivo preparando dosi su dosi di ghiaccio, etti ed etti di menta fresca, chili di zucchero di canna e di lime in attesa di un paio di bilici che consegneranno tra poche ore casse di soda, acqua frizzante e rum silver dry.

Grazie agli accordi internazionali stipulati da Meleta direttamente con Cuba, anche il più assetato viandante che passa nei dintorni della dimora del Favi, può ingurgitare un bel Mojito producto de Meleta ad un prezzo accessibile, prezzo che è solamente un’offerta libera che servirà per la gestione e la manutenzione del verde della contea.

Ma qualche anno fa tutto questo sarebbe potuto cambiare drasticamente.

Era il lontano 2006 quando l’Italia guidata da Cannavaro e Pirlo trionfò ai Mondiali di Germania e proprio per questa super cavalcata azzurra, il famoso Favix passò in secondo piano.

Gli abitanti di Meleta (25 per la precisione) furono chiamati alle urne per decidere se rimanere o uscire dalla Comunità delle Colline Metallifere (CCM).
Aspra fu la campagna elettorale e politica riguardo al tema del leave or remain e, tumultuoso come un lampo, il Favi si schierò subito per rimanere all’interno della comunità.

Ricordo ancora molto bene quel 10 di luglio 2006 quando gli exit poll (alla lettera, dati approssimativi per polli e gente scriteriatamente sensazionalista) dettero per certa l’uscita di Meleta dalla comunità metallifera con la fazione del leave guidata da slogan del tipo: Favi non ci rappresenti oppure Meglio fave che Favi ed ancora Sfaviamoci dai metalliferi.

Notti insonni, pensieri preoccupanti che aleggiavano nei corridoi della Borsa di Roccastrada e veglie notturne da parte di importanti esponenti politici per convincere gli indecisi (che erano circa 5 e quindi pari al 20% della popolazione) a schierarsi.

E quando tutto ormai faceva presagire alla vittoria del leave, il Favi tenne un grande comizio proprio nella sua dimora di Meleta offrendo a tutti gli avventori il suo famoso Mojito.

“Se usciamo dalla comunità metallifera – esordì il Favi – questo Mojito ce lo sogneremo per molti anni perchè dovremmo rinegoziare tutti i nostri rapporti con il mondo esterno e chi lo sa se lo potremmo produrre in una situazione vantaggiosa oppure no. Per non parlare dei nostri competitor e cioè dei due miliardi di persone che formano il mercato cinese e quello indiano”.

“Inoltre – continuò il Favi – in un mondo sempre più globale dove è fondamentale avere rapporti di buona collaborazione con popoli che possono innamorarsi di Meleta ed aiutarci a sviluppare il nostro piccolo sistema locale, se facciamo da soli rischiamo di essere anacronistici e di andare sì in controtendenza che di per sè può anche avere degli effetti positivi, ma troppo alto è il rischio di andare controsenso”.

Tante le domande che il pubblico presente rivolse al Favi e le due anime del referendum si confrontarono su tutti i punti possibili ed immaginabili.

Il resto è storia, con Meleta che riuscì faticosamente a rimanere all’interno della comunità grazie alla vittoria del remain che si attestò su circa il 70% di voti favorevoli.

Oggi, venerdì 24 giugno 2016, ci risiamo: alle urne non è andato però il Favi ma un’intero popolo, quello inglese, che ha deciso di uscire dall’Unione Europea.
Sacrosanto il diritto di decisione dal basso e sacrosanto il risultato: ma cari i miei inglesi (ed il Favi non è nè un economista e nè un politologo) oggi l’avete fatta grossa.

Massimo rispetto per la dignità ed i forti sentimenti nazionalisti di un popolo da sempre isolazionista (rimangono pur sempre degli isolani) ma pensare di fare da soli in un mondo globale come questo è veramente scellerato.
Ma questa è la protesta contro un sistema europeo che fa acqua da tutte le parti: da un punto di vista di illogiche azioni economiche comunitarie, una politica estera comune che non esiste (vedi l’immigrazione che colpisce le nostre coste meridionali), lungaggini burocratiche immense ed istituzioni che rappresentano poco tutti.

Ma un voto di protesta (così per lo meno lo legge il Favi), non può trasformarsi in un isolazionismo che oggi non ha senso di esistere.

Perchè tutti vorremmo delle istituzioni europee a misura d’uomo e che siano efficaci ed efficenti nel loro lavoro soprattutto se allarghiamo l’orizzonte e vediamo il mondo contemporaneo guidato anche da colossi senza regole come Cina (soprattutto) ed India.

Il processo di BRexit sarà lungo qualche anno: nel frattempo cari inglesi, pensate alla grandissima stronzata che avete partorito.

E se dovesse accadere l’opposto, canterò God save the Queen dal balcone di Meleta.

Il Favi compie due anni e gli azzurri regalano gli ottavi a Meleta

Correva il giorno 18 giugno 2014 quando nelle lande di Meleta prendeva forma e vita il blog del Favi che esordiva nella letteratura globale con un articolo dal titolo Da Meleta all’Arena Pantanal di Cuiabà. Era il Mondiale di calcio brasileiro del 2014, Mondiale nefasto per gli azzurri che uscirono senza gloria dopo tre partite avare di italiche emozioni.

Ed il fato ha voluto che proprio oggi (ieri per la precisione) una nuova Italia ha staccato l’accesso agli ottavi di finale dell’Europeo France 2016 grazie ad una rete di Eder (di cui ignoravo il nome Martin fino a ieri pomeriggio siccome non colleziono più le figurine Panini) che ci ha permesso di superare all’utimo tuffo una nazionale scorbutica e fisica come quella svedese. Dopo due gare l’Italia conquista l’accesso agli ottavi di finale e devo proprio dire che al Favi questa nazionale piace davvero tanto.

Non tanto per la bellezza del calcio espresso (anche se contro il Belgio ci sono stati anche sprazzi di bel gioco); non tanto per la presenza di un vero e proprio fantasista come potevano essere Totti, Del Piero, Baggio o Doni (permettetemi quest’ultimo) negli anni indietro; e nemmeno per la presenza di giocatori di altissimo livello internazionale fatta eccezione per il nostro superuomo e superportiere Buffon. Ma per il fatto che questa squadra è stata forgiata da un ottimo allenatore di nome Antonio Conte su alcuni pilastri di fondamentale importanza che nel calcio di oggi, a livello di squadre nazionali, non sono facili da riscontrare.

Questi ragazzi mettono anima e cuore nella loro corsa, nel non mollare mai di un centimetro l’avversario di turno, nel credere fortemente di rappresentare una nazione bella, importante e contradditoria allo stesso tempo come il nostro Bel Paese.

E così, nonostante un fastidioso virus gastrointestinale che ha costretto il Favi alla tribuna in occasione della gara con la Svezia, a Meleta le bandiere tricolore si issano fuori da tutte le finestre della tenuta faviana perchè nella mia indole di romantico calciofilo credo che il calcio non è solo uno sfavillante mondo di soldi e plusvalenze ma anche un sano portatore di valori patriottici: valori che purtroppo oggi in Italia vengono fuori solo in occasione di un gioco come il pallone (o poco più).

Sorseggiando a piccole dosi (vista la precaria condizione fisica de lo Favi e non certo per gusto) un ottimo Bolgheri denominato Il Bruciato prodotto della Tenuta Gualdo al Tasso che si fa molto apprezzare per il gusto pieno e fresco del mix tra uve Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah, il Favi guarda sì circa il 90% delle gare di questo Europeo ma non perde di vista i ballottaggi a Sindaco di alcune grandi città italiane, le stupide ed incomprensibili violenze tra tifosi russi ed inglesi, il nuovo video dell’omicidio di David Rossi (capo della comunicazione di Mps) e l’annosa questione del campo sportivo di Chiusdino, ridente paese metallifero nelle vicinanze di Meleta.

Tante le questioni a risonanza mondiale e locale che aleggiano sul feudo di Meleta e, sebbene tra loro queste questioni pare abbiano poco in comune, è tuttavia possibile trovare un comune denominatore.

Candidati a Sindaco che si scannano in diretta tv e relativi tifosi (pardon, sostenitori) che se si incontrano per strada sono mossi da sentimenti ultrà come succede in alcune città di Francia a causa di delinquenti inglesi e russi. Tifosi della verità contro tifosi dell’omertà come sta succedendo a Siena per il caso di David Rossi e tifosi tutti contro tutti per quanto riguarda lo spinoso caso dell’Arena Bruno Belli di Chiusdino.

In questa epoca di pochi e dimenticati valori di comunità è sempre più semplice tifare gli uni contro gli altri per ogni grande o piccola questione. Così la società moderna sta plasmando gli individui, individui sempre più singoli e sempre meno in comunità reale perchè purtroppo, oggi, la sola comunità che è sempre viva ed in fermento è quella virtuale.

Ecco come Umberto Eco, circa un anno fa, descriveva l’invasione dei social network all’interno della nostra vita e della nostra costruzione virtuale della realtà:
“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità”.

Ed il Favi invita tutti i suoi lettori a dedicare dodici minuti all’ascolto dell’intervento integrale di Eco all’Università di Torino (video qui sotto) e relativo a quanto sopra riportato:

Riflettiamo…riflettiamo…e riflettiamo ulteriormente (un pò come Cetto La Qualunque).

E così mentre il cane Ercole sente i primi istinti sessuali della sua vita e si attacca comodamente alla gamba del Favi e mentre l’estate stenta a decollare da un punto di vista metereologico, godiamoci questi Europei di calcio con il messaggio che questa nazionale sta dando a tutta la nazione: lasciando da parte gli istinti personali e facendo squadra vera, comunità vera, tutti noi possiamo fare la nostra parte per risollevare piano piano questo meraviglioso Paese di nome Italia.

Ognuno nel suo piccolo, non guardando solo all’orticello dietro casa ma tendendo sempre orecchio, anima e cuore alla costruzione di comunità basate sul rispetto e sulla voglia del fare insieme.

Perchè questa vita è sì impegnativa (sennò non avrebbe sapore) ma anche meravigliosa e l’istinto di lasciare un mondo in qualche modo migliore a chi verrà dopo di noi non ci deve mai abbandonare.

Tanti auguri Favi con Meleta che si veste a festa facendo del suo meglio giorno dopo giorno.

Favi summer 2016: e che qualcuno ce la mandi buona (e magari per la strada)

Dopo alcuni mesi di meritato riposo, ho deciso oggi di re-indossare i panni un pò sgualciti ma sempre colorati de Il Favi di Meleta mentre osservo una vegetazione talmente verdeggiante che si slancia dal torrione di Meleta deragliando veloce verso la Maremma, Maremma che si fa trovare dormiente in attesa dell’hard caldo estivo.

Ed anche in queste ultime settimane, approfondendo la conoscenza di un ottimo rosso di Montepulciano denominato Salcheto (sangiovese, canaiolo e merlot mixati in maniera armoniosa e amabile fin dal primo sorso), Meleta ed il Favi sono stati scossi da innumerevoli vicende di cronaca.

Venerdì scorso a Roma si sono svolti i funerali di Sara Di Pietrantonio, una ragazza di 22 anni orribilmente uccisa da un fidanzato malato e da quel sentimento di paura talmente sviluppato nella nostra società odierna da creare diffidenza cronica e limitato senso di comune civiltà.

Infatti, secondo la ricostruzione degli investigatori almeno due auto avrebbero visto la ragazza, probabilmente già cosparsa di alcol, chiedere aiuto mentre il suo ex stava dando alle fiamme la sua auto. Ma nessuno si è fermato. Il Pm: “Se qualcuno si fosse fermato sarebbe ancora viva” così recita Il Fatto Quotidiano in apertura di un pezzo relativo a questa tristissima vicenda.

Paura, pericoli dietro ogni angolo, diffidenza verso le persone che non conosciamo e soprattutto verso persone di altre etnie e religioni, spesso dipinte come i nostri nemici in casa. Un senso di non comunità che va a braccetto oggi con il proliferare delle comunità virtuali, le piazze social di facebook, twitter & co. e la messaggistica di whatsup rispetto ad una telefonata. Tutto è così rarefatto da sembrare manco vero.

Ed il Favi naturalmente si interroga. Ed il punto interrogativo si fa sempre più ingombrante (ed interrogante).

Sara è stata uccisa a Roma, una città metropolitana che fatica a divenire cosmopolita proprio per la sua natura di italianità che l’ha sempre contraddistinta: un’oasi di tradizioni popolari e di senso di comunità che a mio avviso poche grandi città hanno.

Ma a Roma si è sempre respirata un’aria diversa, ottimamente descritta da un grande cantautore giallorosso come Antonello Venditti:
Dimmi cos’è che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo
Dimmi cos’è che ci fa sentire uniti anche se siamo lontani.
Dimmi cos’è, cos’è che batte forte, forte, forte in fondo al cuore,
che ci toglie il respiro e ci parla d’amore.
Grazie Roma,
che ci fai piangere e abbracciarci ancora.
Grazie Roma, grazie Roma,
che ci fai vivere e sentire ancora una persona nuova…

Era il 1983 quando Venditti ha pubblicato questo omaggio alla città eterna (pezzo inedito eseguito live in occasione del concerto al Circo Massimo per festeggiare il secondo scudetto della Roma), una città eterna che oggi si ritrova male amministrata (male comune per gran parte del nostro paese) ed impaurita dal melting pot che invece di essere risorsa è diventato minaccia.

E’ difficile prestare soccorso o comunque interessarsi ad una persona che chiede aiuto anche se si è in una strada di periferia di una grande città?
E’ difficile pensare anche agli altri e solo in un secondo momento a noi stessi quando capita l’occasione di prestare aiuto a sconosciuti?

Probabilmente oggi è così ed è veramente devastante la ricostruzione della polizia riguardo alla vicenda di questa ragazza.

E così nell’epoca del condividiamo tutto siamo probabilmente disposti a condividere solo le cose più belle mentre quelle che ci spaventano e ci fanno paura vengono chiuse a doppia mandata in un cassetto.

E tutto quello che ci gira intorno oggi ci mette in una posizione di “non prenderle”: il terrorismo dell’Isis che spaventa le città e le manifestazioni sportive che hanno da poco preso il via in Francia (Europei) e che inizieranno in piena estate in Brasile (Olimpiadi), la crisi economica che piega gran parte del nostro mondo continentale (del resto del mondo tanto non ce ne siamo mai interessati più di tanto), gli immigrati del “che cosa ci vengono a fare qua” e “io li rimaderei tutti a casa”, fino ai femminicidi che avvengono un giorno sì e l’altro pure, e così via.

La nostra cronaca oggi parla spesso e volentieri solo di cose negative o per lo meno di notizie che possono creare giornalieri stati di ansie e preoccupazione: poi è normale, ognuno vive la sua quotidianità e la propria dimensione ma se c’è una sovra-dimensione (e c’è sicuramente e fortunatamente), questa sovra-dimensione ha tinte grige e talvolta noir.

Ma il mondo siamo noi e saremo sempre noi fino a quando non arriverà sulla Terra un caldo boia che ci spazzerà via tutti o quando arriveranno delle super navicelle dallo spazio che trasporteranno dei super uomini e che conquisteranno in diretta facebook il nostro pianeta.

Sarà bello condividere l’arrivo dei super-uomini a Meleta e magari con un selfie insieme a loro, ma nel frattempo il Favi se ne sta sulla strada provinciale che porta alla Rocca confidando sempre nella bontà umana dello sconosciuto che è sì sconosciuto ma fonte inesauribile di conoscenza e nuova ricchezza.

Ricchezza reale e non virtuale.

Favi d’inizio giugno, Favi tutto l’anno.

Totti, le mamme, Trump, Vendola ed il Favi: un curioso melting pot

Senza nome
Arriva il mese più pazzo dell’anno, il Favi si scuote ed a Meleta risuona l’eco di un sogno di inizio primavera.

Infatti, dopo alcuni mesi di torpore invernale passato a degustare sempre nuovi ed inebrianti succhi d’uva (due nomi su tutti, il bianco francese Petit Chablis ed il maremmano Vie Cave di Antinori che affascina il palato grazie anche ad uve malbec di grande profumo ed intensità) il Favi fa un grande yawn e come d’incanto si ributta ad affrontare un tema a lui caro come il calcio romantico ed estetico che si mischia tra reale e virtuale.

E l’assist arriva dalla Roma giallorossa.

Durante la scorsa settimana è andata in scena una lite mediatica tra l’attuale allenatore della Roma Luciano Spalletti e il Capitano della Magica, un certo Signor giocatore di nome Francesco Totti.

Il Capitano si è infatti sentito ai margini della considerazione del nuovo allenatore giallorosso che ha poi effettivamente emarginato il numero 10 prima della gara interna contro il Palermo. In questa settimana è poi tutto fortunatamente rientrato nei canoni della signorilità ed i buoni risultati della Magica di questo periodo hanno aiutato a mitigare il fatto, anzi, il misfatto.

A Meleta veneriamo da sempre il romaticismo: un romanticismo d’animo che si può ben adattare a tutte le nostre sfere di vita, da quelle più intime e personali fino ad arrivare a quelle che determinano e dirigono i nostri comportamenti sociali.

Totti è senza dubbio l’ultima bandiera del calcio italiano, di quel calcio romantico ed un pò mattacchione che fa tornare il Favi bambino: in una Serie A dove le squadre erano senza dubbio paragonabili ai dei ed agli eroi della mitologia greca.

Il biscione nerazzurro, il delfino del Pescara, la zebra juventina e la torre pendente del Pisa, per non parlare del lupo dell’Avellino.

E poi, in un rapido tourbillon di eventi arrivò la sentenza Bosman legata al numero di calciatori stranieri, le giornate di campionato spezzettate per esigenze tv fino ad arrivare ai social network personali di ogni calciatore/allenatore/ex giocatore/ex allenatore/conduttore tv/fidanzata del calciatore/ex conduttore tv/ex fidanzata del calciatore ecc. ecc.

Ecco, Totti (insieme all’altra ultima immensa bandiera del nostro calcio che risponde al nome di Alex Del Piero) rappresenta i ricordi della mia spensierata infanzia calcistica anche se, naturalmente, Francesco è un eroe calcistico moderno.

E’ vero, le società di calcio si stanno (giustamente e finalmente) trasformando in aziende vere e proprie: i bilanci devono essere trasparenti ed in ordine ed i calciatori sono e saranno sempre più visti come dipendenti.

Ed un dipendente, quando raggiunge una certa soglia di età, va in pensione oppure rimane nell’organizzazione come, diciamo, mentore.

La bandiera Totti è una personalità di grande rilevanza all’interno della sua società ed i rapporti, quando gli equilibri cambiano, possono essere devastanti per il bene della società stessa.

La Juventus, miglior esempio di azienda calcistica italiana e di stile, silurò Del Piero in quattro e quattr’otto scatenando la giustificata indignazione e protesta di tutti i fans calcistici. Il tutto per il bene ed il futuro della società: ed il taglio è stato sì netto ma necessario e le vittorie sono continuate ad arrivare (particolare fondamentale nello sport).

A Roma lo scenario è senza dubbio più complicato e la curva sud (alcuni esponenti/gruppi per la precisione) ha preso posizione nello scambio di opinioni tra Spalletti e Totti esponendo uno striscione presso il Colosseo che recita: “Stampa, tv e mondo virtuale…della Roma voi siete il vero male!

Ed è proprio qui che il Favi volge il suo sguardo e la sua attenzione. Ma sia ben chiaro, questa non è una posizione contro il mondo virtuale ma bensì contro il suo uso che troppo spesso diventa abuso.

Nel mondo virtuale, come nel mondo tradizionale, migliaia e migliaia di posizioni si scontrano giornalmente, ora dopo ora, minuto dopo minuto. E questa virtualità è talmente (ed in maniera dirompente) entrata a gamba tesa nelle nostre vite che è necessario saper bene utilizzare le nuove tecnologie e saperle descrivere, con i relativi pro e contro, alle giovani e future generazioni.

Oggi più di sempre costruiamo in rete buona parte della nostra immagine sociale e della nostra reputazione. In rete è possibile fare praticamente tutto ed allo stesso tempo è possibile mettere a repentaglio la nostra libertà, la nostra tranquillità.

E così nell’arena sociale si parla nell’arco di pochi click del caso Totti-Spalletti, di Vendola ed uteri in affitto, di terrorismo&immigrazione, politica&cucina e delle nostre vite, mettendo troppo spesso in vetrina le cose a noi più care, la nostra intimità.

Caso veramente eclatante di utilizzo smodato e poco razionale dei mezzi virtuali sono le centinai di migliaia di foto di minorenni (se non addirittura neonati) che giornalmente vengono postate e pubblicate in rete.

A dir poco da brividi la catena di Sant’Antonio che ha visto protagoniste nei giorni scorsi le mamme d’Italia.

Ecco cosa scrive al riguardo Repubblica.it: “Tre foto per mostrare al mondo la gioia e la bellezza di essere mamma. È l’ultima sfida, lanciata su Facebook da molte donne, che ha riempito newsfeed e bacheche con foto di bambini sorridenti, nella stragrande maggioranza dei casi minori, se non addirittura neonati. Una sfida che si propaga in modo virale: ogni mamma è invitata a nominare a sua volta altre “mamme fantastiche”, chiamate a loro volta a postare le foto dei figli, alimentando una sorta di catena di Sant’Antonio che è diventata, in breve, un vero e proprio caso mediatico. Un fenomeno su cui si è concentrata anche l’attenzione della Polizia Postale, che ha deciso di lanciare un appello dalla sua pagina ufficiale su Facebook con un richiamo ai genitori per far luce sui rischi che una pratica del genere solleva: pedopornografia in primis, ma anche quelli relativi alla svendita della privacy personale, perpetrata ai danni di soggetti ancora inermi e inconsapevoli”. (leggi l’articolo integrale cliccando QUI)

E così tra un Donald Trump sempre più pericolosamente in auge, Totti che non gioca quasi mai e papà Vendola (benvenuto piccolo Vendolino), il Favi alza l’asticella dell’attenzione sul mondo virtuale facendo ergere Meleta a roccaforte di realtà e virtualità: perchè in entrambe le sfere è necessario avere la testa ben attaccata al collo.

Ah, quasi dimenticavo: invece di spippolare in rete andate a fare una bella girata all’aria aperta. Ma senza cellulare…ops, scusate, smartphone.

Meleta di sera bel tempo si spera.