Il risveglio del Favi e la stella di Al-Owairan.

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Arriva la primavera nelle terre del Favi….mmm, no.
Sboccia la primavera nel countryside di Meleta….mmm, no.

Il Favi si risveglia (ora sì) dal torpore invernale, stappa un Albola datato 2013 (uno dei migliori Chianti Classici per reperibilità, prezzo e piacevolezza del palato) e mentre ascolta Magpies on fire dei Red Hot (Chili Peppers) sente che è arrivato il momento di andare a letto.

Ma non stanotte. Di un blu primaverile si tinge la terra di Meleta: il primo fresco dell’anno arriva fino alla sera e le notti si fanno più miti e ricche di passeggiate notturne.
Il fido Ercole passeggia a qualche metro da me e tutto sembra scorrere tranquillamente all’interno della zona vecchia (ztl) del borgo antico.

Quand’ecco che ad un tratto il Favi volge lo sguardo a nord ed una stella si illumina.

Un bagliore mi acceca e dopo qualche secondo svanisce nella notte.

Dè, una bella botta direbbe il fido amico che apre tutte le vocali a manetta mentre sorseggia un drink in un locale del quartiere Venezia a Livorno, ma non in questo caso.

Il Favi e tutta Meleta vengono irradiati dalla stella di Al-Owairan.

E voi, cari lettori, direte: “Ma che diavolo è sto’ Owairan???”

“Ci sono anche giocatori che oltre ad essere poco conosciuti, trovano il loro momento storico andando a segnare un gol particolare o molto importante per la propria nazione.

Tutto ciò accadde all’Arabia Saudita durante il mondiale americano del 1994 e più precisamente a quello che è definito, ad oggi, il miglior attaccante dei Figli del Deserto. Stiamo parlando di Saeed Al-Owairan, attaccante classe 1967 autentica bandiera dell’Al Shabab Riyadh con cui ha giocato dal 1988 al 2001.
Al-Owairan diventa famoso per un gol assolutamente incredibile segnato al Belgio al 5° minuto dell’ultima partita del girone. Gol che è valso, alla nazionale saudita, il secondo posto nel girone e la storica qualificazione agli ottavi di finale.

A molti potrebbe ricordare il gol di George Weah al Verona, segnato però 2 anni più tardi. Una clamorosa sgroppata che termina con un potente tiro che si insacca alle spalle di Preud’homme” (non uno a caso aggiungo io).
fonte: (http://allafacciadelcalcio.blogspot.it)

E così il Maradona del Golfo (quello Persico, tanto per capirsi e tanto interessante per le nazioni del cosiddetto Primo Mondo) suscita talmente tanta ammirazione e la simpatia che scaturisce dal Davide contro Golia da far sembrare il mondo del calcio un possibile, vero strumento di universalità.

Un mondo che invece oggi, a distanza di ventitré anni dal goal di Al-Owairan al Belgio, si ritrova destabilizzato da una feroce crisi morale che poi sfocia in tante altre tipologie di crisi e crisette.

E’ questa la stagione dello scatenato e scriteriato Donald Trump che tra bene e picchi di male fa traballare lo stanco equilibrio mondiale; della resa del primo ministro italiano Renzi che ha lasciato l’Italia praticamente senza quel poco di guida che gli rimaneva; dell’indecente non gestione e non interesse da parte dell’Europa delle migliaia di disperati che arrivano ogni giorno nelle coste del sud Italia; del nuovo stadio della Roma che riempie le agende delle priorità italiane e dei vili attacchi di bestie automunite.

E nella terra di Meleta, oltre che nella testa del Favi, le digressioni sul mondo si rincorrono tipo guardie e ladri.

Così, mentre la puntina del giradischi fa le bizze e la notte meletiana rassicura ancora un po’ di più, il Favi non prende sonno all’idea di un popolo sempre più digitale, sempre più partecipe e condiviso che però non si incazza mai.

O per lo meno troppo poco.

Giri per strada, ti fermi a guardare chi ti passa accanto e noti sempre quello strumento (denominato in antichità cellulare ed evolutosi in smartphone) in bella evidenza ma soprattutto in continuo utilizzo.

Perché c’è da pensare ai like di facebook o ai continui rumori di whattsup mentre magari fotografo una piazza o una pizza, un cane o un gatto, un bianco o un nero tanto oramai niente differisce da niente.

Neppure un colore.

E se non guardiamo alle sfumature, alla ricchezza che crea la differenza, alla passione che deve guidare il nostro essere ed aiutare la ragione, ci ritroveremo ben presto ad essere sempre più connessi al mondo ma allo stesso tempo sempre più isolati dal mondo.

Ed allora ben venga la Repubblica di Tonni ma il nostro vicino di casa sarà straniero, il nostro quartiere sarà un bel po’ straniero, la nostra città sarà straniera tantissimo.

Straniero, cioè a noi sconosciuto.

Perché magari stiamo con la testa bassa perché sta cazzo di tastiera è troppo piccola ed al tempo stesso ci perdiamo le sfumature del mondo.

Quelle che sono per strada, quelle che ci fanno amare, quelle che ci aiutano ad essere migliori.

Meleta on the streets, where the streets have no name.

 

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Favix: quando Meleta rischiò l’isolamento

Meleta festeggia l’arrivo dell’asfissiante caldo estivo preparando dosi su dosi di ghiaccio, etti ed etti di menta fresca, chili di zucchero di canna e di lime in attesa di un paio di bilici che consegneranno tra poche ore casse di soda, acqua frizzante e rum silver dry.

Grazie agli accordi internazionali stipulati da Meleta direttamente con Cuba, anche il più assetato viandante che passa nei dintorni della dimora del Favi, può ingurgitare un bel Mojito producto de Meleta ad un prezzo accessibile, prezzo che è solamente un’offerta libera che servirà per la gestione e la manutenzione del verde della contea.

Ma qualche anno fa tutto questo sarebbe potuto cambiare drasticamente.

Era il lontano 2006 quando l’Italia guidata da Cannavaro e Pirlo trionfò ai Mondiali di Germania e proprio per questa super cavalcata azzurra, il famoso Favix passò in secondo piano.

Gli abitanti di Meleta (25 per la precisione) furono chiamati alle urne per decidere se rimanere o uscire dalla Comunità delle Colline Metallifere (CCM).
Aspra fu la campagna elettorale e politica riguardo al tema del leave or remain e, tumultuoso come un lampo, il Favi si schierò subito per rimanere all’interno della comunità.

Ricordo ancora molto bene quel 10 di luglio 2006 quando gli exit poll (alla lettera, dati approssimativi per polli e gente scriteriatamente sensazionalista) dettero per certa l’uscita di Meleta dalla comunità metallifera con la fazione del leave guidata da slogan del tipo: Favi non ci rappresenti oppure Meglio fave che Favi ed ancora Sfaviamoci dai metalliferi.

Notti insonni, pensieri preoccupanti che aleggiavano nei corridoi della Borsa di Roccastrada e veglie notturne da parte di importanti esponenti politici per convincere gli indecisi (che erano circa 5 e quindi pari al 20% della popolazione) a schierarsi.

E quando tutto ormai faceva presagire alla vittoria del leave, il Favi tenne un grande comizio proprio nella sua dimora di Meleta offrendo a tutti gli avventori il suo famoso Mojito.

“Se usciamo dalla comunità metallifera – esordì il Favi – questo Mojito ce lo sogneremo per molti anni perchè dovremmo rinegoziare tutti i nostri rapporti con il mondo esterno e chi lo sa se lo potremmo produrre in una situazione vantaggiosa oppure no. Per non parlare dei nostri competitor e cioè dei due miliardi di persone che formano il mercato cinese e quello indiano”.

“Inoltre – continuò il Favi – in un mondo sempre più globale dove è fondamentale avere rapporti di buona collaborazione con popoli che possono innamorarsi di Meleta ed aiutarci a sviluppare il nostro piccolo sistema locale, se facciamo da soli rischiamo di essere anacronistici e di andare sì in controtendenza che di per sè può anche avere degli effetti positivi, ma troppo alto è il rischio di andare controsenso”.

Tante le domande che il pubblico presente rivolse al Favi e le due anime del referendum si confrontarono su tutti i punti possibili ed immaginabili.

Il resto è storia, con Meleta che riuscì faticosamente a rimanere all’interno della comunità grazie alla vittoria del remain che si attestò su circa il 70% di voti favorevoli.

Oggi, venerdì 24 giugno 2016, ci risiamo: alle urne non è andato però il Favi ma un’intero popolo, quello inglese, che ha deciso di uscire dall’Unione Europea.
Sacrosanto il diritto di decisione dal basso e sacrosanto il risultato: ma cari i miei inglesi (ed il Favi non è nè un economista e nè un politologo) oggi l’avete fatta grossa.

Massimo rispetto per la dignità ed i forti sentimenti nazionalisti di un popolo da sempre isolazionista (rimangono pur sempre degli isolani) ma pensare di fare da soli in un mondo globale come questo è veramente scellerato.
Ma questa è la protesta contro un sistema europeo che fa acqua da tutte le parti: da un punto di vista di illogiche azioni economiche comunitarie, una politica estera comune che non esiste (vedi l’immigrazione che colpisce le nostre coste meridionali), lungaggini burocratiche immense ed istituzioni che rappresentano poco tutti.

Ma un voto di protesta (così per lo meno lo legge il Favi), non può trasformarsi in un isolazionismo che oggi non ha senso di esistere.

Perchè tutti vorremmo delle istituzioni europee a misura d’uomo e che siano efficaci ed efficenti nel loro lavoro soprattutto se allarghiamo l’orizzonte e vediamo il mondo contemporaneo guidato anche da colossi senza regole come Cina (soprattutto) ed India.

Il processo di BRexit sarà lungo qualche anno: nel frattempo cari inglesi, pensate alla grandissima stronzata che avete partorito.

E se dovesse accadere l’opposto, canterò God save the Queen dal balcone di Meleta.

Il Favi compie due anni e gli azzurri regalano gli ottavi a Meleta

Correva il giorno 18 giugno 2014 quando nelle lande di Meleta prendeva forma e vita il blog del Favi che esordiva nella letteratura globale con un articolo dal titolo Da Meleta all’Arena Pantanal di Cuiabà. Era il Mondiale di calcio brasileiro del 2014, Mondiale nefasto per gli azzurri che uscirono senza gloria dopo tre partite avare di italiche emozioni.

Ed il fato ha voluto che proprio oggi (ieri per la precisione) una nuova Italia ha staccato l’accesso agli ottavi di finale dell’Europeo France 2016 grazie ad una rete di Eder (di cui ignoravo il nome Martin fino a ieri pomeriggio siccome non colleziono più le figurine Panini) che ci ha permesso di superare all’utimo tuffo una nazionale scorbutica e fisica come quella svedese. Dopo due gare l’Italia conquista l’accesso agli ottavi di finale e devo proprio dire che al Favi questa nazionale piace davvero tanto.

Non tanto per la bellezza del calcio espresso (anche se contro il Belgio ci sono stati anche sprazzi di bel gioco); non tanto per la presenza di un vero e proprio fantasista come potevano essere Totti, Del Piero, Baggio o Doni (permettetemi quest’ultimo) negli anni indietro; e nemmeno per la presenza di giocatori di altissimo livello internazionale fatta eccezione per il nostro superuomo e superportiere Buffon. Ma per il fatto che questa squadra è stata forgiata da un ottimo allenatore di nome Antonio Conte su alcuni pilastri di fondamentale importanza che nel calcio di oggi, a livello di squadre nazionali, non sono facili da riscontrare.

Questi ragazzi mettono anima e cuore nella loro corsa, nel non mollare mai di un centimetro l’avversario di turno, nel credere fortemente di rappresentare una nazione bella, importante e contradditoria allo stesso tempo come il nostro Bel Paese.

E così, nonostante un fastidioso virus gastrointestinale che ha costretto il Favi alla tribuna in occasione della gara con la Svezia, a Meleta le bandiere tricolore si issano fuori da tutte le finestre della tenuta faviana perchè nella mia indole di romantico calciofilo credo che il calcio non è solo uno sfavillante mondo di soldi e plusvalenze ma anche un sano portatore di valori patriottici: valori che purtroppo oggi in Italia vengono fuori solo in occasione di un gioco come il pallone (o poco più).

Sorseggiando a piccole dosi (vista la precaria condizione fisica de lo Favi e non certo per gusto) un ottimo Bolgheri denominato Il Bruciato prodotto della Tenuta Gualdo al Tasso che si fa molto apprezzare per il gusto pieno e fresco del mix tra uve Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah, il Favi guarda sì circa il 90% delle gare di questo Europeo ma non perde di vista i ballottaggi a Sindaco di alcune grandi città italiane, le stupide ed incomprensibili violenze tra tifosi russi ed inglesi, il nuovo video dell’omicidio di David Rossi (capo della comunicazione di Mps) e l’annosa questione del campo sportivo di Chiusdino, ridente paese metallifero nelle vicinanze di Meleta.

Tante le questioni a risonanza mondiale e locale che aleggiano sul feudo di Meleta e, sebbene tra loro queste questioni pare abbiano poco in comune, è tuttavia possibile trovare un comune denominatore.

Candidati a Sindaco che si scannano in diretta tv e relativi tifosi (pardon, sostenitori) che se si incontrano per strada sono mossi da sentimenti ultrà come succede in alcune città di Francia a causa di delinquenti inglesi e russi. Tifosi della verità contro tifosi dell’omertà come sta succedendo a Siena per il caso di David Rossi e tifosi tutti contro tutti per quanto riguarda lo spinoso caso dell’Arena Bruno Belli di Chiusdino.

In questa epoca di pochi e dimenticati valori di comunità è sempre più semplice tifare gli uni contro gli altri per ogni grande o piccola questione. Così la società moderna sta plasmando gli individui, individui sempre più singoli e sempre meno in comunità reale perchè purtroppo, oggi, la sola comunità che è sempre viva ed in fermento è quella virtuale.

Ecco come Umberto Eco, circa un anno fa, descriveva l’invasione dei social network all’interno della nostra vita e della nostra costruzione virtuale della realtà:
“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità”.

Ed il Favi invita tutti i suoi lettori a dedicare dodici minuti all’ascolto dell’intervento integrale di Eco all’Università di Torino (video qui sotto) e relativo a quanto sopra riportato:

Riflettiamo…riflettiamo…e riflettiamo ulteriormente (un pò come Cetto La Qualunque).

E così mentre il cane Ercole sente i primi istinti sessuali della sua vita e si attacca comodamente alla gamba del Favi e mentre l’estate stenta a decollare da un punto di vista metereologico, godiamoci questi Europei di calcio con il messaggio che questa nazionale sta dando a tutta la nazione: lasciando da parte gli istinti personali e facendo squadra vera, comunità vera, tutti noi possiamo fare la nostra parte per risollevare piano piano questo meraviglioso Paese di nome Italia.

Ognuno nel suo piccolo, non guardando solo all’orticello dietro casa ma tendendo sempre orecchio, anima e cuore alla costruzione di comunità basate sul rispetto e sulla voglia del fare insieme.

Perchè questa vita è sì impegnativa (sennò non avrebbe sapore) ma anche meravigliosa e l’istinto di lasciare un mondo in qualche modo migliore a chi verrà dopo di noi non ci deve mai abbandonare.

Tanti auguri Favi con Meleta che si veste a festa facendo del suo meglio giorno dopo giorno.

Favi summer 2016: e che qualcuno ce la mandi buona (e magari per la strada)

Dopo alcuni mesi di meritato riposo, ho deciso oggi di re-indossare i panni un pò sgualciti ma sempre colorati de Il Favi di Meleta mentre osservo una vegetazione talmente verdeggiante che si slancia dal torrione di Meleta deragliando veloce verso la Maremma, Maremma che si fa trovare dormiente in attesa dell’hard caldo estivo.

Ed anche in queste ultime settimane, approfondendo la conoscenza di un ottimo rosso di Montepulciano denominato Salcheto (sangiovese, canaiolo e merlot mixati in maniera armoniosa e amabile fin dal primo sorso), Meleta ed il Favi sono stati scossi da innumerevoli vicende di cronaca.

Venerdì scorso a Roma si sono svolti i funerali di Sara Di Pietrantonio, una ragazza di 22 anni orribilmente uccisa da un fidanzato malato e da quel sentimento di paura talmente sviluppato nella nostra società odierna da creare diffidenza cronica e limitato senso di comune civiltà.

Infatti, secondo la ricostruzione degli investigatori almeno due auto avrebbero visto la ragazza, probabilmente già cosparsa di alcol, chiedere aiuto mentre il suo ex stava dando alle fiamme la sua auto. Ma nessuno si è fermato. Il Pm: “Se qualcuno si fosse fermato sarebbe ancora viva” così recita Il Fatto Quotidiano in apertura di un pezzo relativo a questa tristissima vicenda.

Paura, pericoli dietro ogni angolo, diffidenza verso le persone che non conosciamo e soprattutto verso persone di altre etnie e religioni, spesso dipinte come i nostri nemici in casa. Un senso di non comunità che va a braccetto oggi con il proliferare delle comunità virtuali, le piazze social di facebook, twitter & co. e la messaggistica di whatsup rispetto ad una telefonata. Tutto è così rarefatto da sembrare manco vero.

Ed il Favi naturalmente si interroga. Ed il punto interrogativo si fa sempre più ingombrante (ed interrogante).

Sara è stata uccisa a Roma, una città metropolitana che fatica a divenire cosmopolita proprio per la sua natura di italianità che l’ha sempre contraddistinta: un’oasi di tradizioni popolari e di senso di comunità che a mio avviso poche grandi città hanno.

Ma a Roma si è sempre respirata un’aria diversa, ottimamente descritta da un grande cantautore giallorosso come Antonello Venditti:
Dimmi cos’è che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo
Dimmi cos’è che ci fa sentire uniti anche se siamo lontani.
Dimmi cos’è, cos’è che batte forte, forte, forte in fondo al cuore,
che ci toglie il respiro e ci parla d’amore.
Grazie Roma,
che ci fai piangere e abbracciarci ancora.
Grazie Roma, grazie Roma,
che ci fai vivere e sentire ancora una persona nuova…

Era il 1983 quando Venditti ha pubblicato questo omaggio alla città eterna (pezzo inedito eseguito live in occasione del concerto al Circo Massimo per festeggiare il secondo scudetto della Roma), una città eterna che oggi si ritrova male amministrata (male comune per gran parte del nostro paese) ed impaurita dal melting pot che invece di essere risorsa è diventato minaccia.

E’ difficile prestare soccorso o comunque interessarsi ad una persona che chiede aiuto anche se si è in una strada di periferia di una grande città?
E’ difficile pensare anche agli altri e solo in un secondo momento a noi stessi quando capita l’occasione di prestare aiuto a sconosciuti?

Probabilmente oggi è così ed è veramente devastante la ricostruzione della polizia riguardo alla vicenda di questa ragazza.

E così nell’epoca del condividiamo tutto siamo probabilmente disposti a condividere solo le cose più belle mentre quelle che ci spaventano e ci fanno paura vengono chiuse a doppia mandata in un cassetto.

E tutto quello che ci gira intorno oggi ci mette in una posizione di “non prenderle”: il terrorismo dell’Isis che spaventa le città e le manifestazioni sportive che hanno da poco preso il via in Francia (Europei) e che inizieranno in piena estate in Brasile (Olimpiadi), la crisi economica che piega gran parte del nostro mondo continentale (del resto del mondo tanto non ce ne siamo mai interessati più di tanto), gli immigrati del “che cosa ci vengono a fare qua” e “io li rimaderei tutti a casa”, fino ai femminicidi che avvengono un giorno sì e l’altro pure, e così via.

La nostra cronaca oggi parla spesso e volentieri solo di cose negative o per lo meno di notizie che possono creare giornalieri stati di ansie e preoccupazione: poi è normale, ognuno vive la sua quotidianità e la propria dimensione ma se c’è una sovra-dimensione (e c’è sicuramente e fortunatamente), questa sovra-dimensione ha tinte grige e talvolta noir.

Ma il mondo siamo noi e saremo sempre noi fino a quando non arriverà sulla Terra un caldo boia che ci spazzerà via tutti o quando arriveranno delle super navicelle dallo spazio che trasporteranno dei super uomini e che conquisteranno in diretta facebook il nostro pianeta.

Sarà bello condividere l’arrivo dei super-uomini a Meleta e magari con un selfie insieme a loro, ma nel frattempo il Favi se ne sta sulla strada provinciale che porta alla Rocca confidando sempre nella bontà umana dello sconosciuto che è sì sconosciuto ma fonte inesauribile di conoscenza e nuova ricchezza.

Ricchezza reale e non virtuale.

Favi d’inizio giugno, Favi tutto l’anno.

Il social integralismo del Favi che ti decaloga sul da farsi

google-plus-social-network-del-futuroEra un venerdì estivo tra i più caldi che Meleta ricordi ed il Favi spaccava ghiaccio ripetutamente per saziare la sua voglia pomeridiana di Mojito.
D’improvviso, nella strada statale di Meleta che costeggia l’abitato del Favi, una macchina si ferma.
Si aprono le portiere ed una coppia di viaggiatori probabilmente lussemburghesi esce dalla vettura salutandomi con la mano e stringendo quindi subito un buon rapporto di cordialità.
Dopo alcuni momenti i due tirano fuori dall’auto una macchina fotografica e scattano delle istantanee del paesaggio che domina Meleta e che dolcemente si stende verso la Maremma.
Ricordi da portare a casa, fotografie che un giorno saranno un vivissimo ricordo della loro vacanza in questa parte di Toscana.

Non sono mai stato un’integralista. Non lo sono neppure adesso. E mai lo sarò.

Ma posso senza dubbio dichiarare apertamente che il Favi detesta la moda dei selfie, delle foto intime pubblicate sui social network e del loro smodato utilizzo.

E’ chiaro che anche io sono stato spesso immortalato in social foto ed ho anche pubblicato foto di vacanze, momenti goliardici e particolari situazioni di vita vissuta. Per condividere l’ironia e la sana presa per il culo.

Ma è da un po’ di tempo che desideravo esprimere la mia idea sull’utilizzo dei social network e spesso affronto queste tematiche nella terra di Meleta, magari sorseggiando un Monteregio o spingendomi in particolari occasioni verso un Primitivo di Manduria.

Vedo un utilizzo smodato dei vari Facebook, Twitter & co. e sinceramente la cosa mi preoccupa quando sfogliandoli mi imbatto di continuo in momenti di vita privata messi con leggerezza nel catino sociale di pubblico dominio.

Ripeto, non sono e non sarò mai un’integralista: mi confronto quotidianamente con il mondo che mi circonda e dico senza peli sulla lingua che il Favi apprezza il mondo social. Ma nei limiti della buona condotta.

Ed è per questo che, all’indomani del mese estivo e festaiolo per eccellenza, il Favi si lancia in un decalogo sui buoni usi dei social network.

1 – Non è sempre necessario far sapere tramite i social dove si è, dove si va o da dove si viene.
2 – Non è necessario pensare che scrivendo uno stato oppure un tweet venga fuori la tua personalità. Siamo animali complessi fortunatamente.
3 – E’ sì bello condividere nuovi luoghi visitati con gli amici ma tenetevi pure qualcosa di intimo per voi.
4 – Se la notte non dormite per l’afa o per gli eccessi, guardatevi un bel film invece di consultare i social.
5 – Se andate al mare con la famiglia o se er pupetto/a gioca con la sabbia non infilatelo sui social a sua insaputa. Avrà tutto il tempo per decidere come muoversi da grandicello.
6 – Non mi invitate più a giocare a Crush Saga o a Farmville perché manco so cosa sono. Al limite si può fare una play da Fleo.
7 – Condividete l’amore, l’ironia, l’entusiasmo e tutto quello che volete con la giusta misura che ognuno, se cerca bene, ha dentro di sé.
8 – Condividete gli eventi, le feste, le sagre, gli interessi, le vostre iniziative: e tutto quello che rende i social un’importante veicolo di informazione.
9 – Credete sempre fermamente che queste piazze virtuali non aiutano a vivere meglio.
10 – Ricordate sempre che tutto quello che pubblicate on line rimarrà lì per sempre.

Buona vita e buona estate dal Favi, Meleta integrale facilmente digeribile per tutti.

L’insostenibile leggerezza del Favi che guarda con ammirazione Le Cornate

Foto EnzoTiberi

Gerfalco (GR). Foto EnzoTiberi

Sboccia l’estate nell’altopiano di Meleta e, nonostante le pomeridiane piogge equatoriali di questi giorni, il Favi si gode con sempre rinnovata e fanciullesca meraviglia la stagione più calda e spensierata dell’anno dando il via alla rassegna dei sempre benvenuti mojiti estivi.
Ed il cielo azzurro accompagna i viandanti che attraversano questa terra aiuta a scoprire una Toscana ancora intatta e talmente vera e selvaggia da far rimanere a bocca aperta anche il più esigente dei turisti fai da te.

Nelle vicinanze di Meleta c’è un borgo altrettanto affascinante che si chiama Gerfalco, paese incastonato nel complesso collinare/montuoso de Le Cornate e facente parte del Comune di Montieri, anteposto tra le province di Siena e Grosseto.

Ed è qui che il Favi, ciclista enogastronomico, qualche tempo fa ha fatto tappa in una delle sue escursioni a due ruote.

Appena scollettata la salita che porta al paese, sulla sinistra vedo un piccolo parco pubblico e tre o quattro ragazzi di colore che disquisiscono seduti sulle panche presenti nel parchetto. Faccio ancora un centinaio di metri, supero il ristorante principale del paese ed inizio ad incrociare diverse persone di colore che mi salutano mentre continuo la mia pedalata. A dir la verità un po’ sbigottito dalla variopinta popolazione di questo borgo sperduto tra le colline mi fermo nel centro del villaggio e scorgo più in basso un campo da calcetto dove altri ragazzi di colore stanno giocando a calcio.

Riporto da ilgiunco.net il pezzo (datato aprile 2015) scritto da Barbara Farnetani riguardo a quanto sopra vi ho descritto.

“Otto persone, per lo più giovani, tra chi si occupa della gestione della struttura o della formazione, chi della cucina e chi ancora delle pulizie. A Gerfalco l’accoglienza ai migranti è diventata un’occasione non solo di integrazione, ma anche di lavoro per la gente del comune.

Lo conferma il sindaco, Nicola Verruzzi, che con Luciano Fedeli, responsabile per la nostra zona dell’associazione “Partecipazione e Sviluppo Onlus” ha fatto un bilancio della situazione ad un anno dall’inizio dell’attività.

«Sono già un paio di anni che l’ex colonia di Gerfalco è stata individuata come sede per l’accoglienza ai migranti – afferma il sindaco – per questo già la precedente amministrazione aveva avviato un dialogo con la Prefettura per porre alcune richieste specifiche e stipulare una convenzione». Una delle prime richieste è stata quella di coinvolgere il territorio. Nella convenzione si obbliga l’associazione che gestisce la struttura ad assumere gente proveniente dal comune di Montieri. La seconda è che gli approvvigionamenti, per quanto possibile, avvenissero da esercizi del territorio. Il Comune aveva poi chiesto l’apertura di uno sportello informativo per immigrati in ausilio alle attività comunali, visto che il 20% della popolazione residente è straniera, e di avviare un percorso, per gli ospiti stranieri, non solo di assistenza, ma anche di formazione, mappando le abilità e le inclinazioni di ciascuno e pensando a tirocini ad hoc finanziati dalla regione».

«Non abbiamo avuto mai problematiche di ordine pubblico – precisa Verruzzi – nonostante si parli di 25 richiedenti asilo in un paese, Gerfalco, di 120 persone. Il principio da cui siamo partiti era che, in caso di necessità, la Prefettura può scegliere di mandarti i migranti anche se il Comune si oppone. Quindi dire no, avrebbe avuto una pura valenza politica, ma di fatto i richiedenti asilo sarebbero stati comunque inviati. Per questo abbiamo preferito dare la nostra disponibilità ma dando noi le regole e chiedendo che ci fossero ricadute positive sul territorio. Inoltre abbiamo chiesto la massima trasparenza nelle spese e in come saranno spesi i soldi».

La struttura, una ex colonia di proprietà dell’istituto Sant’Anna, è gestita dall’associazione “Partecipazione e Sviluppo Onlus”, che opera in tutta la Toscana. Parla di bilancio positivo anche Luciano Fedeli, responsabile dell’associazione che in Maremma gestisce un’analoga struttura a Ribolla, nel comune di Roccastrada, e una alla Castellaccia, nel comune di Gavorrano. «Questo – prosegue Fedeli – è un progetto che va oltre la pura assistenza. Quello che vogliamo è che ne escano cittadini proiettati verso l’esterno. Cittadini non solo italiani ma europei. Per questo si punta su formazione e conoscenza territorio». Anche per loro la permanenza nella struttura sarà occasione di lavoro visto che due di loro saranno assunti con il ruolo di mediatore culturale per aiutare l’associazione all’arrivo dei nuovi profughi.

«Abbiamo interesse nel promuovere l’occupazione a livello locale – afferma Fedeli – abbiamo fatto otto assunzioni grazie all’accoglienza, e vogliamo valorizzare l’idea di trasparenza per sfatare i luoghi comuni sul giro d’affari che c’è in questo settore. Per questo pubblicheremo i dati e le spese sul nostro sito».

«Problemi non ce ne sono. Le uniche tensioni vengono dall’incertezza della situazione e dei tempi: anche un anno per sapere se la domanda di asilo è stata accolta. Ecco, se proprio devo individuare il momento più critico – precisa Luciano Fedeli – è il momento del pasto. Le tradizioni culinarie sono diverse (abbiamo gente del Gambia, del Senegal, della Costa D’Avorio, della Guinea, ma anche alcuni cristiani), si tratta di persone moderate, non abbiamo mai avuto problemi legati alla religione, ma sul cibo si. Ma con un bel piatto di spaghetti al pomodoro in genere si mettono tutti d’accordo»” (fonte ilgiunco.net)

E così un piccolissimo borgo toscano apre le proprie porte a persone molto meno fortunate di noi: dettando delle regole ma allo stesso tempo accogliendo persone bisognose innanzitutto di cibo e di un alloggio che seppur provvisiorio, può dare una qualche speranza per il futuro.

Sviluppando un progetto che crea ricchezza culturale, crea opportunità, crea socialità, crea vita.

E questo è un passo importantissimo verso un’integrazione che oggi dovrebbe essere ai primissimi posti nell’agenda dei nostri uomini politicanti: ed invece sentiamo parlare ancora di stati che chiudono le frontiere o che bloccano l’accesso ai migranti.
Tutto questo inserito poi all’interno del sentimento europeo che per anni ci è stato proposto come l’ottimo per il futuro delle singole nazioni e dei relativi abitanti: ma di fronte ad una situazione drammatica come il flusso migratorio di centinaia di migliaia di persone che dal sud del mondo arrivano in Europa, il grande sentimento del sentirsi europei viene clamorosamente a mancare ed ogni stato fa ciò che vuole riguardo ad una situazione che sta letteralmente scappando di mano a chi deve decidere e confrontarsi al riguardo.

E’ vero, noi siamo un paese ricco di contraddizioni ma il Favi è fiero di essere italiano: perchè la nostra ospitalità è unica nel mondo, perché la nostra ospitalità sono i due giovani di Ventimiglia che hanno portato nella notte coperte ai migranti stoppati alla frontiera dalla gendarmeria francese.

E perché l’Italia non è il tipo che attacca pubblicamente in tv, sui giornali o sui social la povera gente che arriva nelle nostre coste per giocarsi una speranza di una vita più dignitosa per sé e la sua famiglia cercando solamente di alimentare paure e disintegrazione del civile vivere.

L’Italia non è chi diffida dello straniero, del diverso per razza, pelle o religione ancora prima di conoscere la persona che sta dietro ad una razza, una pelle o una religione.

Ma questo dipende da ognuno di noi: ognuno di noi dovrebbe sviluppare un sentimento di integrazione, integrazione che è fonte di arricchimento continuo e che passa dal conoscere persone, usi, costumi ed usanze che provengono da paesi e mondi diversi dal nostro.

Meleta libera da ogni turbamento, Favi all over the world.

Favi di primavera sorseggiando l’alchimia segreta di Meleta.

images5PZGU2GNFrizzante l’aria primaverile di questi giorni con il primo caldo dell’anno che allieta spirito e anima. Nella Meleta da bere tutto scorre in maniera rilassata e tranquilla e The Dark Side of The Moon degli immensi Pink Floyd risuona in tutta la vallata sposando alla perfezione la bellezza della natura che rinasce e si risveglia come in ogni primavera che si rispetti.

Ma un evento ha fortemente scosso i pensieri del Favi e di un po’ tutta la comunità umana mondiale: la scorsa settimana e precisamente martedì 24 marzo un volo della compagnia aerea Germanwings partito da Barcellona e diretto a Düsseldorf si è tragicamente schiantato a terra in Francia, nelle Alpi dell’Alta Provenza.

La causa dell’incidente: la pazzia del copilota dell’Airbus, un certo Andreas Lubitz.

Questo assassino si è barricato all’interno della cabina di pilotaggio ed ha fatto precipitare l’aereo uccidendo 150 persone. In questi giorni tanto si è detto sulla figura di questo pazzo tedesco di 28 anni ed ora dopo ora spuntano nuovi ed inquietanti video e testimonianze sulla sciagura.

L’aereo rimane pur sempre il mezzo più sicuro al mondo per spostarsi e considerando che ogni giorno volano in tutto il nostro pianeta circa 20 milioni di aerei (ed è una stima al ribasso), non è possibile contraddire questo dato di fatto. Ma è anche altrettanto vero che, quando un aereo cade, alta è la suggestione che un evento del genere crea nella cognizione umana. La sfortunatissima casualità di incontrare un assassino di tale portata ha coinvolto i passeggeri e l’equipaggio di questo volo maledetto e, come dopo l’11 settembre, è molto probabile che nuove misure di sicurezza vengano messe in atto per cercare di scongiurare al massimo il verificarsi di queste impressionanti tragedie.

E’ per questo, è per l’attacco terroristico al museo del Bardo di Tunisi, è per tutte le azioni violente che destabilizzano i quattro angoli del mondo, è per tutte quelle persone loro malgrado coinvolte in situazioni tanto tragiche e tanto inspiegabili che l’uomo non deve avere paura di spostarsi per il mondo. Mai perdere o rinunciare alla curiosità ed alla voglia di viaggiare in lungo e in largo per il cosmo: perché solo conoscendo nuove e lontane culture diverse dalla nostra sarà possibile credere e sognare un mondo a misura d’uomo, scongiurando il più possibile il ripetersi di azioni di tale vigliaccheria.

E magari lungo il vostro tragitto ad un certo punto vi ritroverete a Meleta: e se suonate al campanello del Favi verso le cinque del pomeriggio un tè con miscela indiana sarà lì ad aspettarvi (se passate dopo cena se famo na biretta…anche due).

Sorseggiando Meleta, terra dove ogni alchimia trova il suo spazio.